Servillo e Girone fanno crac Ecco come andò il caso Parmalat

Se la stampa sonnecchia, infilando la condanna inflitta a Calisto Tanzi (18 anni di carcere per bancarotta fraudolenta) nel cesto delle mele marce made in Italy, il cinema non teme banche e banchieri. Sul crac Parmalat - 14 miliardi di buco, 100mila risparmiatori frodati - è ormai in fase di montaggio Il gioiellino di Andrea Molaioli, regista romano alla seconda prova, dopo il thriller La ragazza del lago. Ancora in tandem con Toni Servillo, lì malinconico ispettore in un paese friulano, qui nel ruolo di Fausto Tonna (si chiamerà Ernesto Botta), braccio destro dell’ex - Signore del Latte (impersonato da Remo Girone, nel ruolo di Amanzio Rastelli), Molaioli oggi parte per San Pietroburgo, dove integrerà le riprese effettuate tra Acqui Terme, Torino (tra gli sponsor, la Film Commission Piemonte) e New York, con i suoi grattacieli pronti a inghiottire il ruspante ragionier Botta e la sua elegante accompagnatrice, Sarah Felberbaum, nei panni d’una parente maneggiona del clan Tanzi (Molaioli ne parla come «d’una presenza femminile anomala in un mondo maschile e maschilista: un aspetto umano che m’interessava scandagliare»).
Bisogna vederlo, Servillo, icona del cinema civile mentre, in dialetto, strilla in faccia al banchiere Rothman gravi insulti, rivolti «a quegli usurai dei tuoi avi ebrei», per poi scendere, a piedi, i tanti piani di quel grattacielo, di quella banca. Lui, il ragionier Tonna-Botta, non parla inglese, né conosce l’alta finanza: è per questo che la Parmalat (qui l’azienda agricola Leda) da gioiellino che era, diventa un bidone da rifilare agli italiani. «Servillo è perfetto per il ruolo. Mi sono liberamente ispirato ai fatti di Collecchio, ma qualsiasi sviluppo avrà la vicenda Parmalat, non inciderà sulla mia visione delle cose», commenta il regista, anche sceneggiatore del film. Lo sforzo produttivo de Il gioiellino, distribuito a marzo dalla Bim, è di 5.400.000 euro (produce Indigo Film con Rai Cinema e Babe Film), mentre il Ministero per i Beni Culturali l’ha riconosciuto «d’interesse culturale» (con stanziamento di 1.650.000 euro) ed Eurimages ne ha versati 550.000.
L’aspettativa è alta: in questi giorni gli acquirenti stranieri stanno vedendo corposi anticipi del film. «Il mio non è un film di denuncia alla Michael Moore: non giudico, ma racconto, senza manicheismi, un’azienda che va in malora, guardandola con gli occhi dei suoi personaggi. Mentre i suoi vertici escogitano trucchi complessi per farla apparire florida. Un meccanismo sciagurato che richiede faccia tosta e nervi d’acciaio. Lo stesso sistema che vale anche per le casse dello Stato, tanto l’ìmpunità è garantita», osserva Molaioli. Che poi chiosa sul cinema d’impegno «Il cinema testimonia la vitalità di un paese e del suo popolo. E la messa in discussione, che avvenga in una coppia o all’interno di una nazione, è fondamentale per chiederci dove stiamo andando». Sulla decisione di mettere nei titoli di coda de Il gioiellino, un riferimento esplicito al crac dei crac ancora nulla è certo. «Qui non si tratta del caso Parmalat e basta. Mi rivolgo ad ogni cittadino che voglia impegnarsi nel cambiare le cose».