Servizi deviati, un pentito infanga Calipari

L’inchiesta ha già portato in carcere quindici persone

Massimo Malpica

da Roma

Fra le 52mila pagine della contrastata inchiesta romana sui poliziotti «sporchi» al commissariato Trastevere e alla Squadra Mobile, a sorpresa spunta il nome di Nicola Calipari, l’agente del Sismi ucciso in Irak mentre riportava a casa la giornalista del Manifesto Giuliana Sgrena. Le accuse lanciate contro lo 007 eroe sono gravissime quanto inverosimili: avrebbe contribuito a occultare la sparizione di parte di un maxisequestro di stupefacenti. E non è il solo agente segreto a essere tirato pesantemente in ballo da Paolo Casamenti, il poliziotto che si è pentito dopo esser stato arrestato con altri colleghi dai Pm Capaldo e Bombardieri nell’ambito delle indagini sulle presunte malefatte di un plotone di sbirri.
Casamenti parla a ruota libera di polizia marcia e Servizi deviati. Accusa tutto e tutti. Riferisce di false operazioni di polizia, connivenze istituzionali, ricatti alla criminalità comune, traffici di droga e valuta. Spara nel mucchio, spesso non ricorda o si confonde. Viene però creduto ciecamente dalla Procura se è vero, come si legge dalle carte processuali, che confessando tutto al Pm il 29 luglio 2005 (era un venerdì) alcuni ispettori della Narcotici da lui indicati sono stati arrestati subito dopo il primo week end di agosto, con forte disappunto della difesa che ancora si chiede quali riscontri possano mai esser stati trovati in nemmeno quattro giorni di attività investigativa, e per di più con un sabato e una domenica di mezzo. Dunque, c’è solo la parola di Casamenti contro quella degli indagati e di svariati altri poliziotti che pur essendo pronti a smentire le rivelazioni di Casamenti, non sono mai stati interrogati. E c’è solo la parola del «pentito» contro chi nemmeno può più parlare per difendersi dalle sue accuse: Nicola Calipari è morto infatti all’inizio di marzo dello scorso anno, quasi cinque mesi prima rispetto alle prime «rivelazioni».
Il pentito Casamenti è dunque il motore finale di una doppia inchiesta che ha portato in carcere, in tutto, quindici divise, e che il 23 giugno scorso ha visto la prima tranche processuale concludersi con il rito abbreviato. Un procedimento dal quale Casamenti è uscito con le ossa rotte: 11 anni e 4 mesi di reclusione. Come dicevamo Casamenti tira in ballo Calipari e altri poliziotti (che si trovano tuttora dietro le sbarre) quella mattina del 29 luglio di un anno fa. «Le cose che dirò - annuncia l’agente - metteranno a repentaglio la mia incolumità e quella della mia famiglia per alcune persone che coinvolgerò, ex colleghi, personaggi della Squadra Mobile che negheranno, faranno di tutto per potermi screditare (...)». Il racconto promette dunque scintille fin dall’inizio, e parte da lontano, anche se su molti punti sembra affetto da vaghezza. Comincia dalle disavventure giudiziarie di Casamenti, riferite alla falsificazione di un timbro su un porto d’armi che gli costò una denuncia e il trasferimento al commissariato Trastevere. Prima di allora - riferisce il «pentito» - lavorava sodo alla Mobile dove a ogni operazione per lui, e per il resto della banda, c’era sempre un «regalino» extra da 100-200mila lire. Se si sequestravano soldi a spacciatori marocchini, a quanto dice Casamenti, «venivano sequestrati solo in parte e il rimanente della somma suddiviso fra gli altri». Tanti episodi di questo genere, con una specie di «clan» che in questura si divideva i proventi di parte dei sequestri, che fossero di soldi o di droga. E tutto questo senza che nessuno dei superiori si sia mai accorto di nulla. In alcuni casi, giura Casamenti, ciò è però avvenuto con la loro complicità. Un episodio in particolare grida vendetta perché disonora un eroe come Calipari: «Non ricordo l’anno - mette a verbale il pentito - ma quando partecipai al sequestro di 40 chili di cocaina in un camion (...) questo fu un servizio fatto con la Mobile e con l’ex Sco, c’era il dottor Calipari. Questi 40 chili furono messi dentro la cassaforte e poi, dopo alcuni giorni, le voci che giravano...», parlavano di un ispettore capo che - prosegue Casamenti - dopo aver «sorpreso altri agenti mentre sostituivano la droga dalla cassaforte», minacciò di fare delle denunce. «Ma fu placato - conclude il collaborante - dall’allora dottor Calipari che mise tutto a tacere». Una bomba buttata là da Casamenti, difeso da Franco Coppi, avvocato della vedova Calipari.
Altra storia. Si parla ancora di droga, stavolta però di «mille chili di hashish sequestrati» ma solo in parte distrutti. Perché un centinaio di chili, a dar retta al racconto di fronte al pm, sarebbero rimasti in cassaforte e in seguito riciclati per millantare una successiva operazione antidroga sul litorale laziale. Insomma, di tutto, di più. E sempre con l’accortezza di tirar dentro qualche vecchio amico e qualche nome eccellente, come avviene quando il poliziotto-pentito racconta di uno strano sequestro di armi grazie al Sismi in una concessionaria di auto, e di una «soffiata su una rapina all’Aci del Laurentino - mette a verbale - alla quale partecipò il dottor (...) della Mobile, ora al Sisde, che si portò dietro una pistola semi-automatica con matricola abrasa dentro un guanto in lattice». Le accuse sono roboanti, talvolta prive di riscontri specifici. Spessissimo sembrano indebolite dai «confronti» con gli ex colleghi travolti dalle sue rivelazioni che, per quanto talvolta traballanti, tengono pluripremiati agenti da quasi un anno dietro le sbarre. Tutto normale?