«Servono dieci militari per difendere un civile»

«Senza la protezione di 6-700 soldati non si può garantire la sicurezza»

Fausto Biloslavo

In Irak ci vogliono almeno 10-12 militari per ogni civile, che garantiscano servizi di scorta e logistici. In ogni caso un minimo di 6-700 soldati per una cornice di sicurezza adeguata alle attività di ricostruzione e di aiuto alla popolazione. Lo sostiene il generale Carlo Cabigiosu, veterano dei Balcani e dell’Irak. Un alpino di quelli tosti, che ha ricoperto il ruolo di consigliere militare a Bagdad dal giugno 2003 al marzo 2004 e nel gennaio dello scorso anno.
Secondo lei è una buona idea lasciare a Nassirya un Centro di ricostruzione provinciale (Prt), gestito dai civili, per dare una mano agli iracheni?
«Quello del Prt è un principio adottato nelle aree di crisi che sta dando dei risultati utili. Penso che nella provincia di Dhi Qar si possa operare adeguatamente con gruppi di civili, a patto che godano di un’adeguata cornice di sicurezza, che qualcuno deve pur fornirgli».
È pensabile che i civili impegnati nella ricostruzione possano lavorare senza un opportuno contingente militare che garantisca la loro sicurezza?
«A un certo momento avevano proibito agli stessi giornalisti di andare in Irak, perché era troppo pericoloso».
Come è possibile che altri civili vadano a Nassirya da soli? «Bisognerà che il governo italiano definisca con molta attenzione la presenza dei civili in Irak».
Quanti sono gli uomini necessari per un’adeguata sicurezza?
Da un punto di vista tecnico è più che valido un discorso proporzionale al numero dei civili coinvolti nel Prt. Si parla di 10-12 militari per ogni civile, comprendendo sia i servizi di scorta che logistici. Non basta, però, fare una moltiplicazione. Bisogna tener presente che al di sotto di un certo numero di soldati si crea insicurezza alla stessa aliquota militare sul terreno. Noi non abbiamo mai avuto missioni in giro per il mondo di una certa importanza, salvo in Paesi molto tranquilli, che non siano state di almeno di 6-700 militari. Una cifra minima pure per l’Irak, in linea con quelle trapelate in questi giorni. Anche quando siamo andati a Timor Est, dall’altra parte del globo, erano coinvolti 5-600 militari.
Cosa pensa del ritiro anticipato della nostra missione in Irak, che si sta profilando?
«Direi che era nel programma previsto ritirarsi entro l’anno. Quindi non c’è da meravigliarsi più di tanto se si va via un po’ prima. Non ritengo che due mesi in più o due mesi in meno possano mutare la sostanza delle cose. L’unica considerazione da fare è che sarebbe un peccato interrompere del tutto la nostra presenza e quindi un rapporto con il nascente governo iracheno. Una prospettiva che non promette bene in vista delle relazioni future con Bagdad».
Lei intende che ritirarci del tutto, nonostante il parere sfavorevole delle autorità irachene che chiedono tempo, sia un autogol?
«È una decisione che spetta ai politici, anche se mi sembra evidente che mantenere una presenza italiana sarebbe meglio».
Un ritiro immediato è possibile e con quali tempistiche?
«Tecnicamente i problemi non sono insormontabili, ma ci vuole una certa gradualità per smantellare tutto. Abbiamo messo in piedi strutture, anche costose. Lasciare dei progetti a metà sarebbe assurdo. In ogni caso i tempi tecnici più celeri non sono immediati, ma di 60-90 giorni».