Sesso, bugie e tenerezze a Capocotta Una giornata sull'"Altro pianeta"

Il film diretto da Stefano Tummolini è uno scandalo annunciato. Rimasto in gestazione per quasi dieci anni e poi girato in cinque giorni con 980 euro, racconta il mondo gay. Anne Hathaway:<strong> </strong><a href="/a.pic1?ID=287968"><strong>&quot;Si può rinascere anche da una famiglia infernale&quot;</strong></a>

Venezia - Avverte Antonio Merone, attore protagonista nonché sceneggiatore: «Le persone sono pianeti complessi, la sessualità è uno degli elementi che ci definisce. Ci siamo divertiti a giocare con i luoghi comuni sul sesso, specie quelli che riguardano i gay. Per ribaltarli. Ma l’orientamento sessuale è solo un punto di partenza per affrontare il tema dell’identità».

Arriva alla Mostra Un altro pianeta di Stefano Tummolini, per «Le giornate degli autori», e di nuovo file e applausi, come il giorno prima per Pranzo di Ferragosto, scelto dalla «Settimana della critica». A quanto pare, i piccoli film italiani vanno forte, specie se poveri e indipendenti. Nel caso di Un altro pianeta, come forse ricorderanno i lettori del Giornale per averne letto in prima pagina, più che al low-budget siamo al no-budget. Ci sono voluti 980 euro per farlo. Sì, avete letto bene. Costo risibile e storia maliziosa fanno tutt’uno in questo esordio che Tummolini e Merone hanno covato per due lustri, con varie false partenze, prima di riuscire a girarlo in cinque giorni, appunto con neanche mille euro, in digitale, confidando sul sostegno gratuito degli interpreti e dell'operatore. Vero, per il trasferimento su pellicola è servito il sostegno economico della sopraggiunta Ripley's Film, che distribuisce, ma resta l'eccezionalità dell'esperimento.

Quanto allo «scandalo annunciato», gli autori parlano oggi di «equivoco nato da un incontro con i giornalisti». In effetti, il ruvido e frettoloso rapporto omosex che apre il film lascia intendere più che mostrare. Di porno, sia pure d'autore, è meglio non parlare, per quanto resti la durezza, quasi rapace, di quella scena iniziale ambientata tra le dune di Capocotta, sul litorale romano, meta abituale di gay e nudisti. Lì, su quella spiaggia, avviene l'incontro tra un bagnante solitario, Salvatore, s'intende col bigolo al vento, e tre giovani donne, con regolare costume, in cerca di compagnia. Incuriosito dal contesto disinibito, il gruppetto femminile fa amicizia con l'uomo, che si spaccia per poliziotto e suscita qualche pensierino nella più procace delle tre. Scrive il regista: «Fra chiacchiere e confidenze, bugie e mezze verità, comportamenti espliciti e sentimenti contorti, alla fine della giornata nulla sarà come prima». Così l'elaborazione di un lutto offre lo spunto per raccontare, nel giro di 82 minuti, il breve incontro tra il campano Salvatore, che scopriremo essere fioraio, e la marchigiana Daniela, la più introversa delle tre, che custodisce un segreto: è sieropositiva. Tummolini è allievo di Ozpetek, il quale si guadagna un'affettuosa citazione nei dialoghi: «L'ho conosciuto a una festa. Simpatico, anche un bell'uomo».

Ma il film, fatto di sguardi sotto il sole bruciante, di passeggiate in riva al mare, di rivelazioni sotto la tenda, sfodera un tratto gentile, a tratti autoironico, tra riferimenti a Lacan, versi da «La ginestra», nostalgie della pizza di patate e l'immancabile Alla mia età di Rita Pavone. Antonio Merone e Lucia Mascione sono i due «pianeti» che lentamente si accostano, mentre la spiaggia si spopola e le amiche se ne vanno. Finiranno col fare l'amore sulle dune, teneramente, liberandosi reciprocamente di un peso. Inverosimile? Forse un po’. Ma si esce dal film disposti a crederci.