Dopo sesso, droga e punk sono diventati la "band di Dio"

Francesco Lorenzi: "Facevamo concerti e avevamo pubblico Con la conversione il successo è finito. Ma abbiamo resistito"

«Essere etichettati come band cristiana a noi dà fastidio, noi suoniamo per tutti» dice Francesco Lorenzi, classe 1982, leader dei The Sun, il gruppo rock che con il suo concerto al Circo Massimo di Roma l'11 agosto scorso ha accompagnato Papa Francesco all'incontro con decine di migliaia di giovani entusiasti. Cattolico significa proprio questo, universale, cioè «per tutti», e loro, volenti o nolenti, sono stati consacrati a furor di popolo come principale rock band cattolica italiana. Così si rimane ancora più spiazzati da questa storia di conversione di un intero gruppo musicale sesso, droga e punk.

Oggi sono «una band che adora», nel senso che si inginocchiano in preghiera davanti a Gesù nell'Eucaristia, si dedicano a opere di carità, sostengono i contadini del Veneto, aiutano le popolazioni della Siria, guidano centinaia di giovani in Terra Santa a conoscere luoghi e «pietre vive», le persone che ci abitano: «È l'incontro che ci ha cambiato di più. Il Signore è dappertutto, ma lì si sente che è casa sua». Confessione, Messa e Comunione sono scontate, anche se l'aggettivo suona male: «Se abbassa la guardia con i sacramenti, chi cerca di vivere e fare il bene è molto a rischio di cadere nella pacca sulla spalla: raga, niente male. Sbagliatissimo».

Non è stato sempre così. Inconsapevoli profeti, nel mondo della musica li chiamavano «i bravi ragazzi di Vicenza» quando bravi non erano per niente, se non a suonare. Esibivano preservativi e bambole gonfiabili durante i concerti e dopo le canzoni facevano «come facevano tutti»: promiscuità sessuali, relazioni calpestate, ubriacature, droghe, bugie tra amici, liti, tradimenti, compromessi in cambio di favori. Settecento palchi in 14 Stati, dall'Europa al Giappone, suonavano con i Cure, gli Offspring, i Misfits, i Vandals, erano stati recensiti da tutte le riviste di settore fino a Rolling Stone. Tu chiamalo, se vuoi, successo. Eppure: «Appena mi trovavo a fare i conti con me stesso, magari in una camera d'albergo, avvertivo un senso di nausea e di oppressione. La mia vita mi sembrava una gabbia in un mondo che non potevo cambiare».

Nell'era avanti Cristo il gruppo si chiamava Sun eats Hours, dal detto veneto El Soe magna 'e ore, il sole mangia le ore, il tempo non basta mai e bisogna sbrigarsi. Passato remoto anche il nome, insieme alla fretta. Francesco vive sulle colline di Marostica tra famiglie che hanno il proprio orto, «i suoni del bosco» gli piacciono più dei rumori delle feste, il cibo dei contadini è più buono anche «per custodire il creato», l'aria pulita vale ben oltre l'oro fino. E le ore si fermano in cappellina: «Adorazione per me equivale a liberazione - racconta -. Noi viviamo una vita estremamente caotica, confusa. Trovarmi di notte, da solo, davanti a Cristo crocifisso e all'Eucaristia ha creato uno choc». Accadeva dieci anni fa e lui non ha più smesso di tornare, anzi ha portato gli amici della band: «Da soli si cammina più velocemente, insieme si cammina più a lungo».

In cappellina c'era finito diciamo per caso («una Dioncidenza»), perché non aveva voluto deludere la promessa estorta da un sacerdote durante un funerale. «Il silenzio ci inchioda e lì non potevo scappare per un'ora. Stai con Dio che ti guarda, anche senza fare niente. Si ricevono tante grazie, portiamo le persone che abbiamo nel cuore». Un membro della band era precipitato nell'alcolismo. Dopo anni impossibili, dall'adorazione è iniziata la risalita. «E poi, se impari a stare in ginocchio davanti a Dio, non ti inginocchi davanti agli uomini».

Così non ha ceduto alle lusinghe di un contratto con una major che gli chiedeva di essere quel che non era più. «La conversione è stata un disastro dal punto di vista personale. Dal 2007 al 2010 è stato difficilissimo tutto, come un treno in corsa che si è arrestato improvvisamente bloccando sogni e progetti». I nuovi testi si chiamano San Salvador, Betlemme, Voglio coraggio, Più del sesso, Onda perfetta, Il mio miglior difetto («cioè non posso stare qui a guardare»). All'inizio, un incubo, con i produttori che chiedevano di cambiare le frasi. «Ho resistito grazie all'adorazione: sarebbe stato inginocchiarsi al diavolo che vuole farci fare compromessi. Ricordo lo stupore dei nostri interlocutori. C'era anche una bontà nelle loro parole, per aiutarci a uscire, a farci apprezzare. Avevamo un pubblico, eravamo bei ragazzi». Però «La strada del sole» (titolo di un suo libro tradotto in otto lingue e ora all'ottava edizione italiana per Rizzoli) era un'altra. «Impari che a volte l'unico modo di ritrovarsi nella vita è fallire. Detto da vicentino fa impressione, perché per noi il fallimento è culturalmente inaccettabile. Invece è dentro il fallimento che c'è più verità».

In un certo senso la resurrezione che c'è stata avrebbe potuto essere rimandata all'aldilà. Invece sono ancora folle ai concerti, ragazzi, nonni e bambini, famiglie che li seguono in tour con i camper. Sono stati ricevuti in udienza privata da Benedetto XVI nel febbraio 2013, quattro giorni prima della sua rinuncia al ministero petrino: «Per me è stata un'emozione fortissima, io non ero un papa boy, anzi ero ancora in una fase in cui la figura del Papa mi lasciava dei quesiti. Mi ricordo quando è entrato nella sala, ho avuto la sensazione di un uomo che portava il peso del mondo, un santo». Poi il ritiro: «Un segno della sua libertà interiore. Erano uscite molte foto dell'incontro, con il nostro bassista rasta e pieno di tatuaggi. Ci prendevano in giro: Che avete fatto? Siete andati voi e ha lasciato?».

Tutto è cambiato, a partire dallo sguardo: «Vedo il degrado della musica di oggi. Gli anni Ottanta sembrano Mozart a confronto. È il risultato di una logica che ha portato ad accettare l'esaltazione di cose inutili. Le persone vengono molto influenzate e se penso a che cosa ascoltano i ragazzini, il trap, un rap con un parlato dove c'è un'esaltazione assoluta dell'odio, della ricchezza senza fatica, delle droghe, delle donne come oggetti, con una violenza verbale impressionante. Non gira solo sul web, ora passa anche via radio e tv. Questo forma un modo di pensare, un modo di atteggiarsi: dai 10 ai 15 anni sono spugne. Nessuno si domanda: che cosa stiamo comunicando?».