Sesso e intollerabile libertà

Dobbiamo rassegnarci, o forse semplicemente prendere atto che l'esibizione del corpo maschile, nelle pose più provocanti, per la promozione della moda più ammirata a Parigi, New York e Milano, ha sostituito la esaltante mortificazione del nudo femminile, più largamente diffuso non solo nelle pubblicità e nelle vetrine, ma sulle copertine di giornali, settimanali e mensili.
Per tanti anni abbiamo detto che era troppo facile, e per certi versi umiliante mostrare donne nude e provocanti per vendere Panorama, L'Espresso, L'Europeo, per non parlare di altri periodici di mondanità e pettegolezzi. Era difficile pensare che la vantaggiosa consuetudine si sarebbe consumata soltanto con la sostituzione del nudo femminile con quello maschile.
È avvenuto. Da giorni e giorni, su intere pagine del Corriere, di Repubblica, di Chi, oltre ai consueti Panorama e L'Espresso, si vedono i corpi di giovinetti ambigui, maliziosi, provocanti, in slip stretti, a petto nudo, visti da dietro, per promuovere Prada, Dolce e Gabbana, Armani, Versace. Siamo in una iconosfera rigorosamente e ossessivamente omosessuale a prevalente carattere maschile. La donna è fuori moda, il corpo femminile senza interesse. Ritornerà in autunno, in rigorosa variante saffica un po' algida, distaccata, intellettuale, non più sexy. Le curve femminili sono uscite di strada, non tirano più. Sexy è soltanto il maschio. Non posso dolermene, mentre ne prendo atto, perché io, come spesso mi è accaduto, ne sono un anticipatore: nel 1992, per provocazione, e contando sulle mie buone condizioni fisiche, apparvi nudo come un kouros sulla copertina de L'Espresso, coprendo con le mani le parti intime. Fu scandalo. Fui licenziato dai giornali per cui scrivevo: La Nazione, Il Giorno, Il Resto del Carlino. Ma i tempi non erano maturi. Il gesto era forte, il ribaltamento era dichiarato. Ma io non divenni una icona omosex. Restai un riferimento erotico, tra i primi così esplicito, dell'universo femminile. Era già sufficientemente scandaloso che un uomo fosse fotografato nudo, ma io ero deputato e questa condizione esaltò la contraddizione. Altri tempi. Com'è difficile oggi, a distanza di quindici anni, pensare che un esponente politico di rango, senatore e vicesindaco di Milano, Riccardo De Corato, possa intraprendere una crociata contro il mondo omosessuale, con anatemi, e dichiarazioni di principio che non riguardino i valori della famiglia, o il matrimonio cristiano, innestati nell'ordine sociale e, per alcuni versi, culturalmente coincidenti, ma l'espressione di libertà individuali, garantite dalla democrazia, ed esaltate dalla letteratura. Gli anatemi contro i gay a Milano sono espressioni di intolleranza e di oscurantismo contraddette dalla storia e dalla cultura stessa della città, nella sua tradizione letteraria, musicale, teatrale, artistica. Milano è la città della tolleranza e dell'industria, dove cultura e economia hanno riferimenti di orgoglio non gay, ma universale, in Luchino Visconti, Giovanni Testori, Luca Ronconi, Pier Luigi Pizzi, Armani, Dolce e Gabbana, Versace che hanno definito il gusto, la sensibilità e gli umori della città. Il 15 luglio il sindaco di Milano onora Gianni Versace, nel decennale della scomparsa, con una rappresentazione di Béjart a La Scala. In settembre, Villa Belgioioso ospiterà le collezioni di Arte antica e moderna dello stilista dominate da una sensibilità omoerotica tra mondo classico e gusto neoclassico, d'altra parte non difforme, De Corato permettendo, da quella espressa da Winckelmann. Forse De Corato non concederebbe il patrocinio del Comune a una mostra sulla civiltà neoclassica e sulla inevitabile figura di Winckelmann che, in effetti, fu ucciso in circostanze non troppo misteriose a Trieste da un compagno senza scrupoli di nome Francesco Arcangeli, che voleva rubargli i danari? Nelle vicende dell'illustre studioso tedesco si intrecciano peccato e delitto. In un certo modo, anche se non ne abbiamo le prove, lo stesso intreccio troviamo nella vita e nelle opere di Caravaggio. Niente patrocinio? E a Pasolini niente patrocinio? E Testori, Visconti, Ronconi? Chiudiamo il Piccolo? Già è chiuso il Teatro Parenti. Ma se difficile, e per certi versi impossibile (Ignazio La Russa lo ha capito perfettamente), è la virtuosa impresa di De Corato, per par condicio dobbiamo dichiarare che è altrettanto inaccettabile, anche se apparentemente più avanzata (benché troppo cedevole al costume e alle mode) la posizione di Massimo Cacciari, il quale, come Ponzio Pilato, al grido: «Non sarò mai un censore», concede patrocinio e benedizione al balletto del coreografo tedesco Felix Rucker, che mette in scena, alla Biennale di Venezia, una Passione di Cristo, in versione sado-maso, con orgia finale su un tavolo dell'ultima cena. Il patriarca Angelo Scola, severamente, aveva dichiarato la sua contrarietà morale, e anche culturale, parlando di «dimensione sociale della libertà che la città di Venezia sembra dimenticare». In altri termini: così come si è rimproverato a Calderoli, universalmente stigmatizzato per la maglietta con le caricature della religione musulmana, è necessario pretendere rispetto per la fede e la religione di molti italiani, benché maggioranza. Proprio come si richiede per i culti e le religioni delle minoranze. La libertà presuppone il rispetto della libertà degli altri. Infantilmente, come uno studente invecchiato male, che vive nei miti trasgressivi della gioventù perduta, Cacciari rivendica un'improbabile categoria dell'ospitalità che semmai significherebbe sincretismo, rispetto e accoglienza di religioni e sensibilità diverse. Sembra incredibile leggere che «Venezia è una città caratterizzata da sempre dall'ospitalità con atti concreti, basta pensare all'asilo, ai perseguitati politici, e alle politiche sociali più avanzate di qualsiasi altra città del Nord. La nostra è una città dove il dibattito culturale e delle idee è vivissimo, a tutto campo. Ed è per questi motivi, per una concezione assolutamente sociale della libertà che il cda della Biennale ha confermato, pur non condividendo affatto i contenuti dell'opera, il cartellone deciso dal direttore Ismael Ivo. Nel cda sono presenti esponenti di tutte le correnti politiche. Non mi sento minimamente toccato, come cittadino e sindaco di Venezia, dalle accuse. Ma per quanto possa essere volgare, negativa e inutile, non censurerò mai l'opera di un direttore artistico consapevole, maturo e responsabile». E allora, in nome della «concezione sociale della libertà, trasformiamo l'ultima cena in orgia, indifferenti alla sensibilità e al mistero della fede dei credenti cristiani. Perché non irridere l'Olocausto, immaginare festeggiamenti e orge apprezzati da Cacciari ad Auschwitz; o mostrare Maometto che balla nudo in Chiesa? Cacciari non potrebbe limitare la «concezione sociale della libertà», nella quale entrano l'imbecillità, la violenza, la pedofilia, e tutte le espressioni blasfeme che esaltano una religione contro l'altra. Con ciò si favoriscono la tolleranza e l'integrazione. Cacciari è l'altra faccia della medaglia di De Corato. Il conservatore per forza, il progressista per forza. Nessuno dei due, in nome della ragione. D'altra parte, ormai, è una moda. Dopo insulti alla Madonna, deprecati a Bologna da Cofferati e dalla Melandri, ora si annuncia il patrocinio a una mostra curata da «Arcilesbica» (e tutti noi pensiamo con gratitudine a Saffo, e alla sua libertà amorosa), per una mostra che reinterpreta i Dieci Comandamenti in chiave saffica. Che dire? A Cacciari piacerà, in nome della libertà. A me no, che pure non la penso come De Corato. Sarà che nel sesso, in nome della libertà, non voglio comandamenti.
Vittorio Sgarbi