Il sesso? A giorni alterni, dopo i pasti

Che il sesso possa diventare oggetto di prescrizione medica (il come, il quanto, addirittura) è uno di quegli incubi che certi spiriti liberi, avviliti dalla formidabile mole di prescrizioni e divieti che già impiombano il nostro trascorrere sul pianeta, paventano da tempo. Ieri mattina, una notizia in arrivo da Genova sembrava aver chiuso definitivamente il cerchio di gesso in cui molti già si sentono vivere, inchiodati dall'occhio vigile del Grande Fratello Medico che sa cosa è meglio per tutti noi.
La notizia diceva che un medico dell'ospedale «Villa Scassi» di Genova Sampierdarena, trovandosi di fronte una paziente affetta da una sindrome ansiosa, le aveva prescritto di «fare sesso due volte la settimana. Non di più».
Poco importa che qualche ora dopo, vedendo lo sconcerto e la conseguente, spaventosa malinconia diffondersi a macchia d'olio sul pianeta, portata dal vento gelido delle agenzie, le autorità mediche dell'ospedale suddetto siano corse ai ripari, spiegando che trattavasi di equivoco. E che alla donna, una quarantaseienne presentatasi al pronto soccorso con un problema di tipo emorragico, era stato consigliato di fare sesso sì, «ma non più di due volte la settimana».
Il danno, il sommovimento delle coscienze, i simmetrici atti di contrizione e di dolore (sia che uno lo faccia in dosi meno omeopatiche di quelle consigliate; o, come è più verosimile, assai di meno, giudicando la pratica piuttosto stucchevole, come sostengono gli inglesi) erano già in onda.
E le turbolenze innescate dalla spinosa questione non accennano a placarsi. Sia su questa che sull'altra metà del cielo. Il rovello (uno dei tanti, va da sé) che ieri mattina ha posseduto molte donne informate dei fatti è stato il seguente: la medicina: il... coso, andava assunto prima o dopo i pasti? E se la paziente trova insopportabile la medicina, o per meglio dire il tipo che è indissolubilmente legato al... farmaco deve prenderlo lo stesso, come uno si sgargarozza un cucchiaio di olio di fegato di merluzzo? O può cavarsela con un artificio, un dildo, un succedaneo? E se invece il... portatore è un irresistibile seduttore, o l'amato bene, due assunzioni non saranno invece una tirannia a rovescio, una intollerabile privazione?
E in ogni caso: di che sesso stiamo parlando? Essendo stato derubricato e assimilato a una pozione di acido acetilsalicilico deve essere sesso antisettico, riluttante, gattopardesco (nel senso della moglie del principe di Salina, che si presentava a letto con lo stesso entusiasmo con cui Saddam ha affrontato il patibolo, con una lunga palandrana che le sfiorava le caviglie, corredata da un'aperturina atta giusto alla ineluttabile confricazione)? O deve essere sesso esagerato, supportato da un atteggiamento psicologico positivo, come raccomandano i medici: e dunque non disgiunto da una certa vigoria fisica coniugata ad estri acrobatici, con le redini mica mal allentate sul collo della fantasia?
Non meno evidente, per qualche ora, prima che da Genova la notizia arrivasse in un certo senso ricalibrata, è stata l'inquietudine che ha attraversato il mondo dei maschi. Qual era la corretta lettura di quel «non più di due volte la settimana?». Molti (soprattutto i più giovani) ne avevano dato una interpretazione interessata e autorincuorante. Sicché quel era stato letto come un «almeno due volte...».
Diverso l'atteggiamento - di cupa costernazione, diremmo - che si era registrato inizialmente fra gli over 50. Fino a quando a uno è venuta l'idea. Nel senso che quel andava letto più correttamente come una misura massima, esagerata per eccesso, come fanno i medici con i diabetici, quando prescrivono due bicchieri di vino perché non hanno cuore di dire che uno basta e avanza. Il dibattito è aperto.
Luciano Gulli