Sesso, intrighi e potere alla corte di Enrico VIII

<em>L’altra donna del re </em>con la Johansson e la Portman è tra i film più visti, mentre la serie seduce l’America e la critica italiana. Dopo il successo di <em>Elizabeth</em>, affascina la storia della dinastia britannica che realizzò la scissione della Chiesa di Roma

Roma - L’attuale decadenza non vi soddisfa e vivete coltivando sotterranee fantasie di fasto? È tempo di guardare indietro, a storie di lussuriosa nobiltà e di grandiosi intrighi, dove il re, come minimo, ha un consigliere filosofo, che si chiama Tommaso Moro ed ha appena scritto L’Utopia. E se siete stufi dei capelli sciolti su spalle femminili disadorne, ecco le regine di Scozia e d’Inghilterra, con dame al seguito, pronte a offrire candidi petti palpitanti in gorgiere d’organza, colli ricchi di perle, che reggono teste dall’acconciatura elaborata, incipriata, fitta di pietre preziose. Complici il cinema e la tivù, tornano gli sceneggiati in costume, genere rilanciato dal regista pakistano Shekhar Kapur, che, di recente, alla regina Elisabetta ha dedicato i film Elizabeth ed Elizabeth: The Golden Age, con l’australiana Cate Blanchett protagonista regale, più volte premiata nei panni della sovrana inglese. Né stupisce, data l’attuale fragilità del sistema occidentale, che ora tocchi a un sovrano dalla tempra d’acciaio tenere banco sul grande schermo. Una figura forte e decisionista come quella del sanguigno Enrico VIII, che domina nel dramma in costume dell’esordiente Justin Chadwick L’altra donna del re, al quarto posto nelle classifiche di gradimento. A impersonare il monarca, un Eric Bana pieno di fuoco, magnificamente abbigliato (dal premio Oscar Sandy Powell) quando concede i suoi favori alle sorelle Bolena, ora Mary (Scarlett Johansson), ora Anna (Natalie Portman), entrambe fascinose e competitive intorno all’alcova imperiale. E avvampa di ardore anche l’Enrico incarnato, in tivù, dal sensuale Jonathan Rhys-Myers (visto in Match Point di Woody Allen), al centro della saga dei Tudor (su Premium Gallery, Mya, ogni giovedì alle 21), sceneggiata da Michael Hirsch, lo stesso di Elizabeth.

Negli Usa in crisi economica, la soap-opera sulla dinastia anglo-gallese (nota per la Guerra delle Due Rose e per la riforma della chiesa nazionale britannica) da marzo fa bingo su Showtime, il più importante canale a pagamento, perché, come dice lo slogan, «È bello essere re», mentre il motto dei Tudor, «Di più e ancora di più», pare si attagli all’ansia da crollo imminente. A parte il budget (38 milioni di dollari), la riuscita della soap-opera storico-licenziosa sulle avventure di Enrico VIII («contiene il sesso e le nudità più espliciti dell’odierna tv Usa», ha scritto il New York Post), si basa su una sceneggiatura di ferro. Scritti in inglese arcaico, i dialoghi attenti alla psicologia dei personaggi funzionano, superando la fedeltà storica, per aderire al tono erotico delle scene etero e gay, verosimili in ogni corte europea rinascimentale (in proposito, si legga Gli amori del Re Sole, edito da Mondadori, la cui autrice, Antonia Fraser, nel 2003 ispirò la regista Sofia Coppola per Marie Antoinette, film sulla vita della regina in chiave rock). Così, quando Enrico VIII esercita lo «ius primae noctis», slacciando il corpetto alla dama, che conoscerà biblicamente prima lui e, solo dopo, il proprio marito, le sussurra: «Lei permette?», affiora una spiritosa libidine moderna. Invano gli storici obiettano che Enrico VIII, 137 centimetri di vita (il pittore Hans Holbein lo immortala obeso), non può essere il glaucopide Rhys-Myers, che alla prima moglie Caterina D’Aragona urla: «Lo sapevo che non era colpa mia!», quando un’amante gli dà, finalmente, un figlio maschio. In blusa bianca, incollata al torace madido, grondante collari d’oro, l’attore non uguaglia Charles Laughton, né Richard Burton però comunica l’ambizione del monarca, che legalizzò lo scisma da Roma, per divorziare in favore di Anna Bolena, qui la radiosa Natalie Domer, avvolta nel velluto d’una donna di potere, infine decapitata come adultera e incestuosa.
Sul set delle ragazze di Enrico VIII, tutto è filato liscio, «tranne le misure dei corsetti strettissimi», ha detto la prosperosa minidiva Scarlett, che raddoppierà con Mary. Queen of Scots, dramma in costume di Philip Noyce su Maria Stuarda (1542-1567) personaggio caro ai mostri sacri Katharine Hepburn e Vanessa Redgrave. Il film, prodotto da mamma Johansson (costo: 30 milioni di dollari) s’incentra sulla relazione di Maria Stuarda (motto: «La mia fine è il mio inizio») con la cugina Elisabetta I, che ne ordinò la decapitazione (con l’ascia, prima, con una sega, poi, perché il boia fracassò il cranio, senza staccare la testa dal collo). Ufficialmente «la diva più sexy del mondo», Scarlett indosserà ancora risicati corsetti color cremisi e rigide stecche di balena, per la gioia di chi ne ammira la scollatura.