Sesso, polo e motori Lo sciupafemmine dal volto «macho»

Figlio di un diplomatico, il play boy dominicano fece collezione di donne bellissime e ricchissime. Ma solo l’ultima moglie gli prese il cuore

Le donne, le corse in macchina, le partite di polo, le feste... La giornalista enumerò le molteplici attività che lo avevano reso famoso e poi gli chiese come riuscisse a conciliarle con il lavoro... Lui le sorrise, come si fa sempre di fronte a una domanda stupida, più che indiscreta: «Lavorare? No, guardi, non ne ho il tempo».
Nato nel 1909, Porfirio Rubirosa aveva passato l’infanzia e l’adolescenza a Parigi, al seguito del padre ambasciatore della Repubblica Dominicana. A sedici anni, con i primi pantaloni lunghi, era entrato in una boite di Montmartre e lì aveva avuto una folgorazione. «Ho ancora nella testa le risate che si fondevano in una sola, come un acuto squillo di tromba. Mi sentii a casa». Studente mediocre di ottime scuole, apriva solo i libri «che mi interessavano, e non è che fossero molti. L’unico elemento di geografia che mi piaceva era la mappa dei locali notturni». Senza saperlo, scrisse nelle sue memorie una perfetta immagine alla Talleyrand, il grande diplomatico gaudente per il quale solo chi aveva vissuto nella Francia Ancien Régime poteva dire di aver conosciuto «la dolcezza del vivere». La sua era meno aulica: «Chi non ha vissuto nella Parigi degli anni Venti, non può sapere che cos’è un night-club». Il senso però era lo stesso.
Scrupolo di storico ci costringe tuttavia ad aggiungere che quella di Rubirosa era per molti versi una vanteria, più che una realtà vissuta. Il sedicenne che per la prima volta frequenta quei luoghi di piacere, l’anno dopo è già a Londra, nuova sede paterna, e a Parigi non farà ritorno che nella seconda metà degli anni Trenta. In questo arco di tempo c’è spazio per un ritorno in patria, una breve carriera nell’esercito, un matrimonio con la figlia di Rafael Trujillo che ha intanto preso il potere, una prima fuga a New York per sottrarsi alle angherie del potente suocero, un successivo incarico all’ambasciata dominicana di Berlino.
Sui rapporti Rubirosa-Trujillo si è molto favoleggiato e la biografia di Shawn Levy appena uscita in italiano (L’ultimo playboy, Baldini Castoldi Dalai, pagg. 436, euro 18,50, traduzione di Riccardo Vianello) per quanto utilizzi documenti ufficiali, nonché informative della Cia e dell’Fbi, fatica a districarsi fra vero e falso, congetture e fatti. Nella trentennale dittatura del primo, l’incarico più prestigioso che il secondo coprì fu quello, a quarant’anni, di ambasciatore in Argentina, un po’ poco per farne un preferito-protetto oppure un fedele esecutore di ordini. A loro modo, i due si stimavano, ma non si amavano e ciò che interessava a Trujillo, il potere, era indifferente a Rubirosa, il quale inseguiva il piacere. Di natali più nobili, con una famiglia che nella scala sociale dominicana aveva un posto di rilievo, il giovane Porfirio aveva con il suo sanguinoso presidente un rapporto complesso: era stato un rivale politico di suo padre, ne aveva sposato la figlia e poi aveva divorziato, lo considerava un tipico prodotto latino-americano, mentre lui si riteneva un cittadino del mondo educato nella migliore cultura del Vecchio continente. Per molti versi, nel secondo dopoguerra Rubirosa fu l’unica faccia glamour, colta e seducente che la Repubblica dominicana potesse esibire, e Trujillo, non essendo uno stupido, si rese conto che era meglio sfruttarla così, al naturale, che imporgli qualcosa con il rischio di vedersela rifiutata. Anche economicamente, Rubirosa era un caso a sé. Era difficile comprare uno che, in rapida successione, sposava le donne più ricche del mondo...
Le donne, già. Che cos’è che fa di un uomo un seduttore? E qual è la differenza fra un playboy e un gigolo, ovvero un mantenuto-mercenario del sesso? Soltanto a scriverli questi termini hanno un che di stantio, se non di patetico, usurati come sono dall’abuso che se n’è fatto, democratizzati dalla società di massa, moltiplicati a dismisura da quella dello spettacolo e quindi utili tutt’al più a descrivere quella che è ormai la caricatura che nel tempo ha preso il posto di un modo d’essere. L’autore di L’ultimo playboy ne è consapevole, ma l’illuminante ammissione, fatta nelle pagine finali del libro, di aver ignorato, fino a dieci anni fa, l’esistenza stessa di Rubirosa, spiega come si possa raccontare per filo e per segno una vita senza tuttavia comprenderne il senso.
Rubirosa appartiene a un’epoca e a una classe sociale in cui le buone maniere contano ancora, lavorare è una cosa volgare, ci si illustra con le armi, con la diplomazia o con lo sport, si corteggiano le donne perché si è uomini, si rischia la vita per incoscienza, per pigrizia, per noia oppure perché c’è una guerra... Per quanto il denaro sia importante, non è l’elemento discriminante, non basta: conta di più come sei nato, come ti muovi, chi frequenti, quello che una volta si definiva uso di mondo... Rubirosa incontra Danielle Darrieux, la più celebre attrice francese degli anni ’30, perché è invitato a un party in suo onore da un diplomatico amico, il conte André Chanu de Limur... Si sposeranno, naturalmente divorzieranno.
Matrimoni e divorzi non vanno visti solo o tanto nell’ottica di un cacciatore seriale di doti. Le mogli di Rubirosa si chiamano, fra le altre, Doris Duke, un patrimonio allora di tre miliardi di dollari di oggi, Barbara Hutton, qualcosa di paragonabile alle riserve auree di Fort Knox.... Il primo matrimonio durerà meno di due anni, il secondo non più di tre mesi. Ne uscirà più ricco, certo, ma meno di quanto lo sarebbe stato qualora se li fosse fatti andar bene. «La differenza fra me e un gigolo e che tutte le donne che ho sposato erano ancora più ricche al momento della separazione». Il fatto è che ci si sposa perché così si usa fra gente che tiene al decoro sociale, e ci si lascia, da persone civili, quando il rapporto non funziona più... Non è un caso che fra i suoi grandi amori, l’unico non finito davanti a un altare o a un funzionario civile sia stato quello con Zsa Zsa Gabor, una specie di suo alter ego al femminile. Erano troppo simili, volevano essere liberi, gli piaceva spendere i soldi degli altri.
Scuro di pelle per l’origine creola, di statura media, un fisico da ballerino e da boxeur, l’eleganza innata di chi fin da ragazzino aveva imparato ad abbinare i colori e a conoscere le stoffe, gli amici di Rubirosa erano Alfonso de Portago, marchese e driver, Francisco Pignatari, miliardario e latin lover, i Kennedy, ma anche musicisti, barmen, giovani rampanti che vedevano in lui un maestro di vita... Sulla sua virilità, per dimensioni e durata, la stampa alimentò pettegolezzi incredibili, ben riassunti dal più pettegolo degli scrittori, il Truman Capote di Preghiere esaudite: «Una pompa color caffellatte lunga trenta centimetri e spessa come il polso di un uomo».
La sua quinta e ultima moglie fu Odile Rodin, diciannovenne, bellissima, attrice al Conservatorio d’arte drammatica. Si incontrarono nel ’56 a Parigi, a un party organizzato in occasione di una partita di polo. «Ho sentito parlare parecchio di voi, monsieur» disse lei. «Mai bene, fra l’altro». Si sposarono dopo pochi mesi, fra i due c’erano ventotto anni di differenza: «Per tutta la vita - disse lui - ho controllato le donne; tutte le donne che ho incontrato, tranne questa. Questa mi è entrata sotto la pelle».
Durò dieci anni e fu in fondo un matrimonio felice. Il 4 luglio del 1965, festeggiarono insieme la Coupe de France di Polo vinta dalla sua squadra, il Cibao-La Pampa. Ci fu un party al Jummy’s che durò sino alle cinque del mattino, poi Odile se ne tornò a casa e Rubi invece si trasferì in un altro locale, Le Calvados, sugli Champs-Élisées... C’era un party anche lì, una festa di compleanno... Alle sette il maitre gli chiese se non voleva andarsene a letto: «Sto bene, la musica è bella, sto bevendo un’ultima birra. Perché mandare tutto all’aria?». Alla fine si decise, salutò, montò sulla sua Ferrari e partì. Uscì di strada al Bois de Boulogne e si impastò contro un castagno. Il necrologio del londinese Times parlò della «morte banale di un diplomatico di secondo piano che veniva da una piccola nazione». Era corretto nella sua meschinità e meschino nella sua correttezza. Delle ex mogli, solo Danielle Darrieux rilasciò una dichiarazione: «È morto come ha vissuto e come avrebbe desiderato. In modo violento e veloce». Odile lo pianse per un anno, poi si consolò.