Sesto S. Giovanni, la Stalingrado delle tangenti

Da sessant'anni al potere lo stesso partito e gli stessi imprenditori. La bufera che ha investito l'ex città simbolo della classe operaia italiana arriva, inevitabilmente, addosso anche al sindaco Giorgio Oldrini. Ma lui non rinnega nulla: "Quello che ho fatto l'ho fatto solo nell'interesse della gente"

«Ai tempi di Penati», «quando c'era Penati». Oppure: «quando siamo arrivati noi». Dice così Giorgio Oldrini, sindaco di Sesto San Giovanni, accompagnando i cronisti in giro per la città, per raccontare la trasformazione di Sesto in questi anni: e chissà se in quel modo tenda inconsapevolmente a prendere le distanze dal sindaco che lo ha preceduto, a staccarsi, a distinguersi. La bufera che ha investito l'ex città simbolo della classe operaia italiana arriva, inevitabilmente, addosso anche a lui: a Oldrini, che non è un politico di professione, e che nel 2002 venne chiamato a lasciare il suo posto di giornalista a Panorama per mettere fine al furibondo scontro interno ai Ds per la successione a Penati.

Penati, sindaco uscente, voleva candidare Luigi Vimercati, fratello di quel Giordano Vimercati che le indagini di oggi indicano come una sorta di suo esattore; la Margherita voleva Fabio Terragni, esponente di Lega Ambiente, che poi finirà a lavorare in Provincia con Penati. Per uscire dall'impasse, alla fine, si pensò ad Oldrini: il cui unico titolo di merito politico, fino a quel momento, era di essere il figlio del mitico Abramo Oldrini, il sindaco comunista nella Sesto del dopoguerra.

Per nove anni, Oldrini è stato sindaco di Sesto. Per arrivargli i guai giudiziari hanno aspettato che fosse a un passo dalla fine di questa avventura: l'anno prossimo si voterà, e lui non potrà candidarsi. Nei verbali che piovono dalle pagine dei giornali, il suo nome viene appena sfiorato: si dice che sia indagato anche lui, per una pressione fatta sul costruttore Giuseppe Pasini che doveva riconvertire il palazzo dello sport in palazzo del ghiaccio. Poca cosa, rispetto a quel che sta venendo fuori su altri: su Penati, su Vimercati, sull'assessore Di Leva che ha dovuto dimettersi. Ma Oldrini sa che, politicamente, il cuore dell'inchiesta tocca anche la sua amministrazione: perché il tema vero dell'indagine della Procura di Monza è il rapporto perverso che si è creato a Sesto tra una classe politica immobile da oltre mezzo secolo, con lo stesso partito al potere ininterrottamente, e un piccolo gruppo di imprenditori. Sempre loro, sempre gli stessi.

Oldrini e Penati non sono mai andati d'accordo. Oggi Oldrini non ha alcuna intenzione di prendere su di sè le responsabilità del suo predecessore («Se qualcuno dava dei soldi a Penati per convincere me è un cretino») ma non può e non vuole buttare a mare l'intera storia recente di Sesto. E così prende un pullman giallo, ci carica un po' di giornalisti, e parte per un tour - un po' surreale e un po' commovente - nella ex città operaia immersa nella canicola di agosto. «Sesto ha perso in dieci anni quindicimila posti di lavoro. Poteva essere una tragedia sociale di dimensioni epocali, potevamo finire come quelli di Full Monty, con gli operai costretti a fare lo spogliarello per sopravvivere. Invece abbiamo governato la trasformazione, e ne possiamo andare orgogliosi».

Nel suo «governare la trasformazione» Oldrini ci mette anche il rapporto con chi, di volta in volta, è arrivato qui con i soldi e i progetti per le aree sterminate delle fabbriche morte o in agonia. Gli accordi, i piani di lottizzazione, le varianti urbanistiche. E pazienza se, gira e rigira, i nomi sono sempre gli stessi. Col risultato che l'altra mattina in Regione a fare con Oldrini l'accordo per il recupero della vecchia Ercole Marelli c'erano i rappresentanti di Giuseppe Pasini e Piero Di Caterina, gli stessi che accusano la giunta rossa di Sesto di essere una sentina di corruzione. Oldrini, delle due l'una: o quei due sono dei calunniatori o sono parte di un sistema criminale, in entrambi i casi come si fa a prendere accordi con loro? «Io ho firmato avendo in mente una sola cosa: l'interesse di Sesto», ripete come un mantra Oldrini.

Girare per Sesto con Oldrini è una esperienza. Ti porta nell'antica villa dove una volta c'era il municipio, ti fa vedere l'ufficio dove suo padre Abramo maltrattò il generale americano Charles Poletti, che era entrato senza togliersi il berretto («Visto che lei non si toglie il cappello vado a rimettermelo anch'io»). Ti porta a vedere dove c'era una volta la fabbrica della Campari, raccontando le gesta di industriale geniale e di donnaiolo irrefrenabile del fondatore Davide Campari. Ti porta a vedere l'università che c'è al posto della Marelli, e l'immenso carro ponte della Breda lasciato lì, intatto, dopo lo smantellamento della vecchia fabbrica, come una sorta di monumento alle fatiche umane. Ti racconta di come Sky, che doveva portare qua i suoi studios, all'ultimo momento preferì andare a Milano, a Santa Giulia, su quella che oggi si è scoperto essere una discarica mai bonificata. «Mi dispiace per loro».

«Cosa vuol dire che da sessant'anni qui comanda lo stesso partito? Non c'è mica Ceausescu. Ogni cinque anni si è sempre votato, e se la gente ha sempre votato allo stesso modo qualcosa vorrà dire». Abbiamo il consenso, dice Oldrini, e ce lo siamo conquistati amministrando bene. Può essere: e negare che qualcosa di buono a Sesto si sia fatto sarebbe da ignoranti. Ma Oldrini sa perfettamente che su di lui e sul Pd sestese incombe una domanda: come è stato usato questo potere, quali affari ha generato negli anni? «Io rispondo per me. Quando ho convocato qui nel mio studio gli imprenditori gli ho detto: vi farò scucire più soldi che posso per la città, ma per me non vi chiederò mai una lira. E se qualcuno ve la chiede a nome mio o della mia giunta venite a dirmelo subito. Perché non l'hanno fatto?». Di chi è venuto prima di lui, di Penati, non dice nulla. «Chi ha preso soldi deve andare in galera», chiaramente. Se Penati, Vimercati, Di Leva, siano colpevoli o innocenti «lasciamo che lo stabiliscano i giudici». «Le accuse mi hanno sorpreso, e trovo stravagante che siano arrivate a più di dieci anni dai fatti, da parte di uno come Pasini che avrebbe avuto tutto l'interesse a tirarle fuori prima, in campagna elettorale».

Ma se gli chiedi se tra lui e Penati ci fu rottura o continuità, risponde che «la discontinuità sta nel fatto che se arriva un sindaco nuovo fa le cose secondo le sue idee e secondo il suo modo di essere».
Giorgio Oldrini è stanco. «Fare il sindaco è un lavoro estenuante». I baffoni gli si sono imbiancati. Tra un anno, alla sua scrivania con alle spalle il ritratto a olio di Carlo Marx, siederà qualcun altro, e sarà quasi sicuramente una donna. Ma in cuor suo sa che, comunque va a finire questa storia, Sesto San Giovanni non sarà più la stessa. Nella stessa città, tra gli stessi vialoni sterminati che hanno visto la fine della cultura operaia, si celebra in questi giorni altre esequie, che forse a quella estinzione sono intimamente connesse: il funerale della diversità comunista.