Da Seta a Come Dio comanda il romanzo sullo schermo fa flop

Gli ultimi film tratti dai libri snobbati dal pubblico. Per il successo
non bastano le firme illustri e "cadono" Salvatores, Ozpetek e Vicari

Roma - Per i film italiani tratti da opere letterarie, il 2008 è stata un’annata negativa, con la vistosa eccezione del pluripremiato Gomorra di Matteo Garrone. Il caso più recente riguarda Gabriele Salvatores che si è lasciato dominare dal gusto della sfida, e da un filo di orgoglio, nel far uscire Come Dio comanda, film cupo e desolato, durante le festività natalizie, in aperta concorrenza con le frizzanti commedie di Hollywood e con i cinepanettoni, quando la gente sogna solo di rilassarsi, anche per sedare le crescenti apprensioni per una crisi economica di cui non s’intravede la fine.
La più recente fatica del nostro regista (Oscar nel 1991 con Mediterraneo) è stata recensita con severità dalla maggior parte dei critici, anche se in passato la sua collaborazione con lo scrittore Niccolò Ammaniti (autore del libro da cui è tratto il film) ha dato origine al ben più riuscito Io non ho paura.

Esaminando a ritroso i film di matrice letteraria usciti negli ultimi mesi, troviamo altri insuccessi che fanno riflettere sul modo in cui i cineasti italiani intendono il rapporto fra letteratura e cinema.
Trarre un film da un libro vuol dire tradirlo, ma per restituirne il senso con maggior evidenza. Occorre quindi capire qual è il punto di forza di un romanzo per poi stare attenti a non travisarlo. Il romanzo di Niccolò Ammaniti è l’apocalittica visione di un cosmo imbarbarito, pieno di personaggi estremi, che qui sono ridotti a tre (un padre e un figlio, ai quali si aggiunge un ritardato): questa scelta impoverisce l’impianto drammaturgico, e rende opaco lo sfondo su cui stentano i tre miserabili, inquadrati poi da Salvatores con il gusto patinato di un fotografo di moda.

Sorte analoga è toccata a Un giorno perfetto, sceneggiato da Ferzan Ozpetek con l’iperattivo Sandro Petraglia sulla base di un libro di Melania Mazzucco: al festival di Venezia sono fioccate pessime recensioni. L’opera letteraria appare manomessa anche stavolta in modo arbitrario: stufo di inscenare situazioni con personaggi omosessuali, il regista turco tramuta drasticamente un gay in una caritatevole dama che simpatizza con l’eroina, senza accorgersi di far rientrare dalla finestra il tema scacciato dalla porta, visto che le due signore si scambiano, come da copione, sguardi allusivi che fanno pensare a un rapporto più complesso di una semplice amicizia.

Ha fatto fiasco anche Il passato è una terra straniera, ricavato dal lavoro di Gianrico Carofiglio e diretto da Daniele Vicari, che però avrebbero dovuto rivedere gli ambigui intrecci di Patricia Highsmith perché non si può descrivere un giovanotto che ne plagia un altro senza che fra i due si palpi un briciolo di erotismo: le bravate dei due protagonisti di Vicari sono ispirate a un cameratismo privo di sottintesi, ma lo spettatore più coltivato non può non confrontare la loro inespressività con le occhiate assassine di Robert Walker, Alain Delon o Jude Law, torbidi eroi di varie riduzioni filmiche della Highsmith.

Talvolta a fallire è lo stesso romanziere che, smanioso di sfondare nel cinema, si fa traviare da esigenze produttive che si rivelano poi insensate. Alessandro Baricco, per esempio, pare del tutto ignaro di quel che sogna uno spettatore, e cioè un racconto chiaro e, per usare una parola d’altri tempi, avvincente. Uscito nel 2007, il film tratto dal suo Seta spreca l’occasione forse irripetibile di avere nel cast un’attrice di grande fascino come Keira Knightley per dar vita a un’insapore e fiacca storiella. Non è andata meglio con il debutto dello scrittore alla regia: basato su un soggetto originale e interpretato da John Hurt (quello, per intenderci, di Elephant Man di David Lynch), Lezione 21 è stato forse il più cocente fiasco degli ultimi dieci anni.

Attingere a testi letterari per trarne un film richiede un forte intuito: un romanzo non è soltanto un canovaccio narrativo, altrimenti che senso avrebbe farvi riferimento? Un buon libro possiede un nucleo ispirativo che bisogna saper cogliere. Trattarlo con rispetto e lavorarci con cura, senza capricci da primedonne, dovrebbe garantire risultati più esaltanti di quelli appena citati, un po’ sul modello della scuola inglese e di quella americana che, nel trasporre sullo schermo opere di narrativa, ne rendono il senso più intimo e raramente fanno cilecca.