Al setaccio casa e garage del papà di Tommy

L’appello dei genitori: «Chiunque sappia qualcosa lo comunichi agli inquirenti»

Andrea Acquarone

nostro inviato a Parma

Il vento che soffia su Casalbaroncolo fa lo stesso rumore di un flash back al cinema. E sembra riportarci indietro nel tempo. Quando tutto cominciò. Il 2 marzo.
Nella villetta che era di Tommy si rivede improvvisamente la folla del primo giorno. Carabinieri, poliziotti, magistrati e il nastro bianco e rosso a delimitare la zona, la solita folla di curiosi e giornalisti. E le auto coi lampeggianti che non si riesce mai a capire se portino buone o cattive notizie. Ma soprattutto si rivedono, quasi assieme, stanchi e lontani, i protagonisti di questa storia che da quasi due settimane tormenta l'Italia: Paola Pellinghelli e Paolo Onofri, mamma e papà di questo bambino evaporato nel nulla, rapito da due sconosciuti.
Ris, qui, non è una fiction. Ma non funziona come in tv: è tutto maledettamente più lento, più complicato e di certo meno ordinato. A dodici giorni da questo strano sequestro gli investigatori tornano sul luogo del «delitto», un luogo nel frattempo calpestato da decine e decine di persone, inquinato da tracce «fasulle». Loro ricominciano, però, a frugare. Papà e mamma di Tommaso arrivano separatamente: lui sulla jeep Honda che sgomma sempre nervosa: lei sull'auto del cognato. Si guardano ma non si parlano. Lui entra per una quindicina di minuti all'interno della casa, esce e fuma stringendo teso la sigaretta. Poi tocca a lei, dentro ci sono il comandante dei Ris, il colonnello Garofano, i poliziotti, il procuratore capo della Dda di Bologna Silverio Piro con la sua pm Lucia Musti. Dopo una quarantina di minuti ecco comparire l'avvocato di famiglia Claudia Pezzoni. Adesso lei deve proteggere due genitori sotto torchio. È l'ennesimo controllo, sembra che uno degli operai che ristrutturarono la cascina abbia accennato a strane intercapedini tra le mura della villetta. Gli investigatori si travestono da muratori, picchiettano qua e là. I carabinieri entrano nel garage. In realtà è una baracca di lamiera, dove non parcheggiava mai nessuno. Assomiglia più a un «ripostiglio». Cosa cercano gli investigatori? Qualcuno dice un cutter, magari quello con cui sarebbero stati tagliati i legacci di quel nastro adesivo con cui - secondo il racconto delle stesse vittime - sarebbero state legate. Altri parlano del Tegretol, lo sciroppo salvavita di Tommaso. Si guarda che non ce ne sia qualche confezione nascosta. O vuota. Sì perché per tenere vivo questo piccolo ostaggio malato serve la medicina e gli inquirenti continuano a non essere convinti della ricostruzione fatta dagli Onofri. Ne escono sequestrando uno scatolone e un paio di valigie.
Paolo Onofri li spia da fuori. Un uomo ora stanco, con la barba sempre più incolta, gli occhi infossati e colorati di rosso dalle ore non dormite. Insieme con la moglie, poco dopo l'alba, aveva lanciato l'ennesimo appello: «Chiunque sappia qualcosa, lo comunichi subito agli inquirenti. Sono passati 12 giorni dalla scomparsa di Tommy - dice Onofri ai microfoni del giornale radio Rai - e mia moglie e io siamo sempre più affranti e angosciati per la sorte del nostro bimbo che, ripeto, è malato e ha bisogno di cure, soprattutto ha bisogno di Tegretol. Chiediamo quindi ancora una volta, a chiunque sappia qualcosa, di aiutarci comunicando subito con gli inquirenti. Vi ringraziamo».
Sono le sei e venti di sera, quando finalmente può ripartire verso casa, non la sua ma quella di Martorano, del cognato. Lui da una parte, la moglie che oggi sembra più vecchia dei sui 43 anni, dall'altra. Uniti, ancora e nonostante tutto. Anche se apparentemente solo nei comunicati alla stampa. Le poche volte che si trovano soli in auto non si parlano. Come se non avessero più nulla da dirsi. O come se avessero paura di essere ascoltati.