"Sete di potere", Giordano scuote Rifondazione

Il leader Prc davanti alla Conferenza organizzativa del partito:
"Alcuni usano le istituzioni per i propri fini, con gruppi organizzati
e autoreferenziali. Bisogna mettere un argine a certi aspetti di degenerazione morale"

Carrara - La «diversità» comunista si infrange sulla soglia della stanza dei bottoni. Quando si entra - governo nazionale o enti locali che siano - può improvvisamente comparire un panorama totalmente diverso. La sfida di governo, quel di più di responsabilità, la sofferenza di scelte difficili. Ma sempre più spesso anche la seduzione del potere, l’uso disinvolto degli incarichi pubblici. L’utilizzo personale delle mille «opportunità» offerte dall’occupazione di poltrone: costituzione di lobby di potere, duplicazione e gestione nepotistica degli incarichi, persino arricchimenti illeciti o partecipazione ad affari «sporchi».

Nell’ansia di dimostrarsi puri e duri, di prendere qualche distanza dal governo, che «per noi non è una necessità e deve restare un mezzo non un fine», Franco Giordano lancia una «questione morale» anche dentro Rifondazione comunista. All’indomani dei tormenti denunciati dal sindaco torinese Chiamparino (a proposito della «sete di potere» dei ds), l’altolà ai dirigenti «spregiudicati» arriva alla conclusione della Conferenza organizzativa di Prc, dal palco del Carrarafiere. Poche parole, quelle di Giordano, affinché chi ha orecchie per intendere intenda. «Attenzione, compagni. Fermiamoci. Bisogna mettere un argine a certi aspetti di degenerazione morale, perché per alcuni di noi, l’unico elemento importante sta diventando quello di entrare nelle istituzioni, di usare le istituzioni per i propri fini...». Giordano ce l’ha ancora con la sinistra trotzkista di Turigliatto e Cannavò, che approfittando delle loro sedi «iper-istituzionalizzate» cercano di mettere in crisi la politica di chi li ha fatti eleggere.

Ma il segretario spiega che il monito va letto anche nel senso più letterale, rivolgendosi a quei dirigenti locali che, appena diventati assessori, mettono su «gruppi di potere organizzato e autoreferenziale». Rafforzano la propria posizione, la rendono in qualche modo «autonoma» dal controllo dei vertici e della base. Un meccanismo che in qualche caso estremo li espone persino alle «cure» della magistratura, come dimostrano recenti casi a Cosenza (due arrestati per un giro di estorsione), Altamura, Messina. Un morbo silente che «rischia di divorare il partito dall’interno, specie se è piccolo come il nostro», concorda il leader della minoranza, Claudio Grassi. E sul quale bisognerà d’ora in avanti vigilare soprattutto nel Centro-Sud: dal Lazio alla Campania, dalla Sicilia alla Puglia. Nelle realtà, insomma, dove basta un pacchetto di un migliaio di voti per «impadronirsi di una Federazione provinciale».

Un male che il responsabile organizzativo, Ciccio Ferrara, aveva definito nei suoi percorsi come «burocratismo, verticismo, elettoralismo, forme di inquinamento della politica», invocando una «terapia d’urto». Prc ha così approvato meccanismi di rotazione automatica degli incarichi per rompere la struttura «piramidale» dell’apparato. Basterà a frenare appetiti inaspettati e la «deriva governista»? O sarà soltanto un modo per rivendicare la presunta «diversità comunista» ai prossimi cantieri della sinistra? Grassi, che nel cantiere vuole andarci con i piedi di piombo, nel frattempo gongola. E scherza sulla sigla appena nata nel panorama della politica: «Abbiamo lanciato il Partito cantiere italiano...». Guarda caso, un «Pci» che rischia di ingessare il dibattito per altri cinquant’anni.