Settant’anni di Monopoli Il gioco degli affari che ha sedotto gli italiani

Fu importato nel 1936 dagli Stati Uniti da Giulio Ceretti, il quale l’arricchì introducendo le carte «imprevisti» e «casualità»

Roberta Pasero

da Milano

Quattro milioni di euro: è quanto occorre investire oggigiorno per poter costruire un edificio in piazza Duomo, a Milano. Niente male per chi aveva già acquistato il diritto di edificabilità quando c’erano ancora le lire. Ma i prezzi, si sa, si sono adeguati ormai per tutti: per i finanzieri senza scrupoli, per i piccoli risparmiatori, per chi teme le incertezze del futuro, persino per i giocatori di Monopoli. Che si sono evoluti e non fanno più trattative e affari estraendo dalle tasche rotoli di banconote, ma si lasciano sedurre dalle nuove tecnologie, addirittura da banche elettroniche e da carte di credito che possono essere caricate in un’apposita macchinetta in caso di guadagno e riscossioni o scaricate in caso di perdita o pagamenti di affitti e di tributi. E in un’era di consulenti globali e di conti correnti on line, persino il nome del gioco di società tra i più famosi al mondo è cambiato ed ora si chiama Monopoli Banking anche se la finalità e lo spirito della sfida sono rimasti immutati: guadagnare più denaro possibile acquistando terreni, affittando proprietà immobiliari, pagando tasse, sempre con denaro finto, con lo scopo di mandare in galera e in bancarotta gli avversari. Che è un po’ quello che accade nel mondo della finanza vera.
«Si tratta di un’edizione altamente tecnologica che abbiamo voluto realizzare per celebrare l’anniversario dei 70 anni dall’arrivo del gioco in Italia dandogli una veste grafica più accattivante e contemporanea anche se chi lo vorrà potrà sempre giocare con la versione tradizionale», spiega Giulio Ceretti, amministratore delegato dell’Editrice Giochi e figlio di Emilio Ceretti, traduttore e consigliere di Arnoldo Mondadori che decise di importare il Monopoli in Italia nel 1936. Era stato un idraulico, Charles Darrow, ad inventarlo sette anni prima: era un’estate caldissima quella del 1929 e l’artigiano non avendo più, in piena crisi economica americana, la possibilità di trascorrere come al solito le vacanze con la moglie ad Atlantic City, si mise a disegnare sulla tovaglia della cucina le strade che erano soliti percorrere quando ne avevano i mezzi, ipotizzando di acquistare case nelle zone più belle della città, come in Pennsylvania Avenue o nella Boardwalk. L’idraulico a corto di dollari non poteva immaginare che quella tovaglia scarabocchiata sarebbe diventata la prima plancia del gioco che ha visto sfidarsi almeno una volta nella vita oltre 750 milioni di persone, un numero da Guinness dei primati, e che oggi si trova in 80 Paesi tradotto in 26 lingue.
«Un giorno dall’America arrivò ad Arnoldo Mondadori l’offerta di acquistare i diritti di un gioco molto in voga oltreoceano, il Monopoly, ma Mondadori disse a mio padre “Io faccio libri, non giocattoli, se vuole lo importi lei”, ricorda Ceretti. “Mio papà ci pensò qualche giorno poi decise di provare quest’avventura: modificò la plancia inserendo molti nomi della mappa di Milano degli anni Trenta, come viale dei Giardini, vicolo Corto ora diventato via Ciovasso, vicolo Stretto poi ribattezzato via Ciovassino. Introdusse le carte degli imprevisti e delle probabilità perché riteneva che gli italiani fossero, rispetto agli americani, molto soggetti nella loro vita proprio ad imprevisti e probabilità e cominciò a girare la sera nelle case degli amici per testare il gioco. Capì ben presto che anche da noi avrebbe potuto sfondare e decise di cominciare a produrlo fondando l’Editrice Giochi».
Il Monopoli si trasformò subito in un fenomeno di costume: si giocava nelle case dei finanzieri che all’improvviso finivano sul lastrico, diventava protagonista di serate culturali con poeti e signore che leggevano Carlo Porta mentre gli uomini si lasciavano tentare dalle speculazioni, aveva l’onore delle pagine culturali dei giornali dell’epoca che ne sottolineavano il lato salottiero e mondano. Da allora il gioco è stato proposto in tantissime differenti versioni, da quella legata alla toponomastica delle principali città a quella per i bambini, ha attraversato la storia dell’Italia avendo persino risvolti politici: come quando negli anni del fascismo arrivò una lettera firmata da un gerarca in cui si facevano i complimenti a Ceretti per aver importato un gioco che influiva positivamente sul lato imprenditoriale degli italiani ma si richiedeva che i nomi delle vie fossero sostituiti con quelli imposti dal regime e infatti per qualche anno la plancia del Monopoli riportò via del Fascio, corso Littorio, corso Impero, stazioni di terra e di mare. Ma anche negli ultimi decenni il gioco ha dovuto fare i conti con la censura e con chi lo riteneva, invece, un mezzo per istigare al capitalismo. Come in Unione Sovietica dove venne bandito fino alla caduta del regime sovietico quando fu creata la prima versione in cirillico, come in Cina e in Corea del Nord dove è tutt’ora messo al bando.
Oggi dopo 70 anni il gioco della versione celebrativa ha subito un piccolo restyling che forse non piacerà ai nostalgici, a chi ancora oggi insiste per avere l’edizione con le lire: oltre all’assenza delle banconote soppiantate dalle carte di credito la plancia non riporta più i nomi delle vie ma quelli dei luoghi e dei quartieri simbolo di Milano, da piazza Duomo a San Siro, da Brera alla Scala, così come le stazioni ferroviarie che nella versione tradizionale si distinguevano semplicemente in Nord, Sud, Est e Ovest assumono i nomi reali di stazione Nord, Centrale, Garibaldi, Porta Genova. Rimangono invece la tassa sul lusso oggi più che mai attuale, così come sono uguali agli originali ma realizzati in metallo lucido, i segnalini che mantengono le tradizionali classiche forme del fungo, del cactus, della candela, del fiasco di vino e così via. Non così accade in America, dove recentemente è stata molto contestata dai fanatici del Monopoli una versione del gioco con i segnalini rivisitati e corretti che sono diventati patatine McDonald, mug della catena di caffetterie Starbucks, jumbo delle principali compagnie di bandiera a stelle e strisce. Cose che spoetizzano un passatempo che nelle pagine del Corriere della Sera degli anni Trenta veniva definito così: «Il gioco non è soltanto di sorte, ma anche d'abilità, essendo di libera manovra. Come nella vita secondo il concetto dei probi, la fortuna aiuta ma non decide».