Le sette bombe a orologeria che rischiano di far saltare Prodi

Nei prossimi giorni, per disinnescare le mine che si trovano sul cammino del governo, il Professore avrà bisogno di tutta la sua proverbiale fortuna

Roma - Sarà pure l’«Ercolino sempre-in-piedi» della politica italiana. Potrà anche contare su un ormai leggendario «fattore C». Avrà anche sviluppato miracolose capacità da «rianimatore», grazie alle arti taumaturgiche che è costretto a esercitare pressoché quotidianamente per tenere insieme una coalizione rissosa e costantemente in pericolo di vita. Fatto sta che anche questa volta Romano Prodi tenta di rimuovere freudianamente la crisi e affronta il «caso Mastella» con lo spirito di chi è capace di lanciare una moneta e farla rimanere in bilico su se stessa, senza che atterri sulla testa o sulla croce. Una dote da prestidigitatore sicuramente invidiabile. Ma non sempre i numeri da equilibrista estremo possono riuscire. Alla fine i nodi vengono al pettine. E non c’è dubbio che il filo su cui il premier è oggi costretto a camminare sia sempre più sottile, logoro e accidentato.

I motivi per cui la «missione sopravvivenza» del Professore appare davvero ai limiti dell’impossibile sono visibili a tutti. In pole-position c’è il nuovo scontro fratricida scattato con le dimissioni di Clemente Mastella e l’appoggio esterno concesso all’esecutivo dall’Udeur. Per un governo che al Senato è già costretto a fare i conti con le «mani libere» dei vari Manzione, Bordon, Fisichella, Dini, Rossi e Turigliatto, avere altri tre senatori sul piede di guerra - e ormai privi dell’ancoraggio assicurato da una poltrona governativa - non è certo la più rosea delle prospettive. Tanto più che lo scontro frontale contro la magistratura rischia di esacerbare i rapporti con l’Italia dei Valori, il partito «togato» per eccellenza. Senza dimenticare il braccio di ferro più «classico»: quello tra la sinistra radicale e i centristi della coalizione.

Al surriscaldamento del clima politico, all’«effetto serra» che ormai grava sul governo Prodi e ne mina giorno dopo giorno la credibilità e il consenso, contribuiscono anche altri fattori. Dissidi e circostanze andati in scena in queste ultime settimane. Ma anche nuovi fronti pronti ad aprirsi nell’arco di un mese. Non c’è dubbio, ad esempio, che il clamoroso episodio di intolleranza avvenuto a La Sapienza contro il Papa - e assecondato da alcuni paladini della protesta anticlericale presenti in Parlamento - contribuisca a preparare un terreno minato in cui affrontare il dibattito sulla revisione della legge 194. Il faccia a faccia tra cattolici e laici si annuncia infuocato. E capace di aprire spaccature profonde nel neonato Partito democratico.

Un altro ordigno a orologeria che ticchetta sotto il governo è rappresentato dalla prospettiva del referendum elettorale. Il terremoto giudiziario abbattutosi sull’Udeur ha spostato il focus dell’attenzione generale. Ma il via libera arrivato dalla Corte costituzionale ha acceso un’ondata di nervosismo tra i piccoli partiti che ora chiedono un’accelerazione sulla Bozza Bianco. Altrettanto delicato è il voto sul rifinanziamento della missione in Afghanistan, previsto per la fine del mese. Più volte i dirigenti dell’Onu ci hanno chiesto di rafforzare il nostro impegno in quell’area. La sinistra radicale, invece, è sempre combattuta al suo interno e vorrebbe iniziare a definire una «exit strategy».

Stazione obbligata della via crucis governativa è, poi, il caos rifiuti in Campania. Nelle strade del capoluogo partenopeo ci sono ancora settemila tonnellate di spazzatura e interi quartieri rimangono sommersi dai sacchetti neri, atto d’accusa contro un’amministrazione e una stagione politica. Se l’emergenza sul campo non accenna a diminuire, politicamente la resa dei conti avverrà il prossimo martedì quando il centrodestra presenterà una mozione di sfiducia contro il ministro Alfonso Pecoraro Scanio. Un appuntamento foriero di incognite alla luce delle critiche pesantissime piovute da più fronti in queste settimane sul ministro dell’Ambiente. Altrettanto spinosa è la questione dei salari, posta sul terreno in maniera forte tanto da Rifondazione quanto da Walter Veltroni, per rilanciare la popolarità del governo. Il disegno di Prodi è tanto ambizioso quando complicato. Il premier vorrebbe, infatti, incassare un via libera, sia pur di massima, da Confindustria e sindacati e subito dopo affrontare le ali recalcitranti della maggioranza, Rifondazione e i moderati raccolti attorno a Lamberto Dini. Una dialettica degli opposti da ricondurre in unità che rischia di trasformarsi in una fragorosa rissa. Così come altrettanto spinoso sarà il capitolo delle Infrastrutture, dell’Alta velocità e della Tav, dove potrebbe essere scattata un’altra fotografia della manifesta incompatibilità tra moderati dell’Unione e sinistra radicale. Un infinito rito di logoramento che rischia di esaurire perfino il talento da sciamano del «mago Romano».