«Il sette in condotta è la cartuccia dei nostri prof»

Professori armati nelle scuole. Giorgio Rembado, lei è presidente dell’Associazione presidi, se l’immagina in Italia una cosa del genere?
«No, non posso da noi sarebbe inconcepibile. Però è difficile commentare una decisione come questa. Siamo di fronte a due culture diverse e fare qualsiasi valutazione diventa arbitrario. Anche perché negli Stati Uniti ci sono state delle carneficine proprio nelle scuole».
E da noi ci sono i bulli, le violenze, e qualche volta spunta anche qualche arma impropria.
«È vero purtroppo. E quando si assiste a casi di violenza si dice che ci avviciniamo al modello americano».
Negativo però.
«Infatti io dico che i modelli vanno assunti solo se positivi. E quello americano della tolleranza verso l’uso dell’arma è meglio lasciarlo lontano, visto che ha portato anche ai massacri nelle scuole. In Italia le manifestazioni di violenza, per fortuna, non hanno conclusioni devastanti».
Ma i nostri professori hanno le armi giuste per gestire il vandalismo e il bullismo diffuso?
«In senso metaforico sono decisamente disarmati. Fino ad ora era diffusa una consuetudine generalizzata al “perdonismo”: una sorta di disarmo collettivo che ha ingessato la scuola e l’ha portata a non poter svolgere il suo compito istituzionale per il quale c’è bisogno di un clima di pacatezza e di tranquillità».
Sembra un’illusione.
«È un obiettivo che dobbiamo darci. Se ci sono classi o gruppi che si lanciano penne, banchi, libri, bisogna intervenire per ricostruire le condizioni di serenità necessarie all’insegnamento».
Con che strumenti?
«Intensificando sia gli strumenti preventivi di educazione al dialogo, sia quelli correttivi nei casi di violenza».
Quelli che ha sdoganato il ministro Gelmini le sembrano adeguati?
«Decisamente sì. Berlinguer ci aveva tolto le sospensioni oltre i 15 giorni, poi è sparito il sette in condotta. Ci avevano spuntato tutte le armi professionali».
Ora si torna al passato.
«Per fortuna oggi sono tornati il sette in condotta e le sospensioni che superano i 15 giorni. Gli insegnanti devono usare questi strumenti senza timidezze. Tutti devono sapere che per noi sono l’ultima spiaggia. Dopo, non resta che il ricorso alle forze dell’ordine e alla magistratura. Ma sarebbe la sconfitta del corpo docente».