Sette Fellini, zero Nanni Loy E manca il Totò della lettera

da Roma

Il cinema materia di studio a scuola. Quante volte ce lo siamo sentito dire da sinistra? I film come memoria storica, strumento didattico, autobiografia di una nazione contro l’involgarimento tv... Pare facile. Poi succede che un gruppo di critici e intellettuali pilotato da Fabio Ferzetti stenda, su indicazione delle Giornate degli autori, una lista di 100 titoli con l’idea di disegnare un possibile percorso educativo incentrato sul rapporto cinema-storia patria, e nasce un putiferio. Così la presunta identità nazionale si muta subito in polemica su chi c’è e chi non c’è. Tra gli esclusi qualcuno telefona offeso all’Anac, si fa la conta dei viventi - solo 14 - inclusi nel catalogo riguardante il periodo 1942-1978, alcuni invitati disertano il torrenziale convegno alla Casa del cinema. Ne esce una sorta di «tiro al piccione», parafrasando il titolo di un bel film di Montaldo, il primo a raccontare Salò dal punto di vista dei giovani fascisti, espunto dal listone.
Inevitabile e molto italiano. Con il rassegnato Ferzetti che avverte: «Non sono le tavole di Mosè, non è l’Arca di Noè. Semplicemente un catalogo provvisorio, certo imperfetto, una cassetta degli attrezzi». Ne consegue che i 100 film non sono «i più belli da salvare», bensì «un piccolo canone» da proporre agli studenti delle scuole medie inferiori e superiori, secondo una logica «di senso comune, che non significa buon senso». Tuttavia la tentazione di fare le pulci è irresistibile. Così, a scorrere l’elenco, inaugurato da Quattro passi tra le nuvole di Blasetti (1942) e chiuso da L’albero degli zoccoli di Olmi (1978), scopri che Fellini fa la parte del leone con 7 titoli, seguito da Visconti con 6, Rosi, Monicelli e De Sica con 5, Rossellini e Risi con 4, Ferreri, Germi, Zampa, Bellocchio, Comencini, Pasolini, Antonioni con 3, Scola con 2, e via a scendere, tra inclusioni inattese (il Cottafavi di Una donna libera), scelte discutibili (il Maselli degli Sbandati, non del Sospetto), assenze bizzarre sul versante femminile (mancano Cavani e Wertmüller). Neanche Leone compare, ma c’è un motivo, non avendo i suoi western «raccontato» l’Italia secondo il punto di vista del progetto.
Intanto, mentre la sala si popola, ecco concretizzarsi i primi malumori. La produttrice Grazia Volpi, pur non rivendicando «quote rosa», teme che la faccenda diventi «un gioco di società»; Paolo Mereghetti, benché figuri tra i selezionatori, trova la lista tutt’altro che «rivoluzionaria, semmai manca proprio la provocazione», e giù una manciata di esclusi minori ma degni di nota (Noi due soli con Walter Chiari, Non ti scorderò di Guarino); lo storico Giovanni De Luna riconosce che «il cinema è già frequentato nelle scuole», ma secondo un’ottica «puramente evocativa», difetta «la trasmissione della conoscenza attraverso la narrazione»; Nino Russo, a nome dell’Associazione degli autori, parla di «appoggio esterno, ci siamo tirati fuori, proprio per evitare dibattiti sulle esclusioni»; mentre Maurizio Sciarra, dell’Api, ricorda quanto sia arduo far digerire agli adolescenti i vecchi film in bianco e nero, spesso considerati noiosi, e dunque occorre riflettere su come «riportare in vita quei meravigliosi oggetti di comunicazione».
Naturalmente, precisa Ferzetti, perché «il progetto diventi operativo bisogna reperire le copie, acquisire i diritti, decidere attraverso quali canali riproporre nelle scuole questi e altri titoli, formare gli insegnanti ad un uso diverso del cinema». Già. Accade ad esempio, lo fa notare Sergio Toffetti, che il negativo di Matrimonio all'italiana sia andato perso; in altri casi, vedi Banditi a Milano, il detentore dei diritti non pare disponibile a trattative. Infine, appeal a parte, c’è il rischio di guardare a quei film con cinefila/accademica venerazione, imponendone la visione - per fare Cultura - a studenti riottosi. Gli stessi che, magari, si sganascerebbero dalle risate con Totò, Peppino e la... malafemmina di Mastrocinque, la mitica dettatura della lettera sgrammaticata. O, all’opposto, ammirerebbero Le quattro giornate di Napoli di Nanni Loy, epico e corale, ma non convenzionale nella ricostruzione di una cruciale pagina di storia? E che dire del mai patetico, spesso pungente, Il giovedì di Risi? O di San Michele aveva un gallo dei Taviani? O del Ferroviere di Germi? Tutti film - per dirne alcuni - che mancano all’appello, a vantaggio di titoli più sicuri, riconoscibili, fors’anche scontati.