Sette italiani su dieci non vogliono morire democristiani

Sondaggio del Giornale: per il 70% "in parlamento dovrebbero esserci solo due schieramenti". Il 73% ritiene che "spesso le piccole forze condizionano l’intera coalizione e bloccano l’azione di governo"

Milano - Oggi in Italia si contano almeno 37 partiti politici, molti dei quali non hanno alcun rappresentante in Parlamento. Eppure continuano a crescere come funghi: è sufficiente uno strappino, una scissioncina e salta fuori un nuovo movimento. Un groviglio di sigle che si pensava di abbattere nel lontano 1993 quando si è introdotto un sistema elettorale in prevalenza maggioritario. Gli italiani già allora chiedevano a gran voce di semplificare il sistema; speravano di ridurre il numero dei partiti, spesso in vita con consensi da prefisso telefonico. Ora, poi, avanza lo spettro del «grande centro»: un rimescolamento delle carte fatto nel Palazzo, magari per riesumare la «Balena bianca».

Solo due Poli
Ma che ne pensano gli italiani? Lo rivela un sondaggio effettuato per il Giornale dalla Ferrari Nasi & Grisantelli. Il 70,3 per cento «vorrebbe che in Parlamento ci fossero soltanto due partiti o schieramenti». Si chiamino Casa delle libertà e Unione; Popolo della libertà e Partito democratico: poco importa. L’essenziale è che si semplifichi: o di qua o di là. Il grande centro non tira, la vecchia Democrazia Cristiana non può resuscitare. Meno di tre italiani su dieci poi (26,3 per cento) rimangono affezionati al pluripartitismo. E l’esito della domanda «In Parlamento ci sono troppi partiti e partitini?» è ancora più impressionante: l’88 per cento degli intervistati (quasi nove italiani su dieci), condanna la smisurata proliferazione di formazioni politiche. Il problema di una fedele e proporzionata rappresentanza nelle istituzioni non sussiste se soltanto l’11,9 per cento ritiene naturale e giusto che a Palazzo Madama e a Montecitorio ci siano tutti quei partiti politici, spesso piccoli se non minuscoli. E proprio questi ultimi sono mal visti dagli elettori. Per oltre sette cittadini su dieci (il 73,7 per cento) «spesso i piccoli partiti condizionano l’intera coalizione loro alleata, rendendo difficile un’azione di governo coerente e di ampio respiro». Sia il centrodestra sia il centrosinistra, infatti, sono rimasti più volte ostaggio dell’alleato di turno, desideroso di smarcarsi. Berlusconi pagava i niet e i distinguo dei Follini & C; Prodi è immobilizzato dalle contestazioni e dalle censure dei Giordano e/o dei Dini di turno. Risultato: ogni esecutivo è prigioniero di un «microbo» che però ne garantisce l’esistenza.

Troppi "microbi"
Che fare quindi? L’importante, per gli italiani, è «cercare un modo di ridurre la frammentazione, cioè i molti partiti del Parlamento». Un’affermazione condivisa dall’88 per cento degli intervistati. Alta soglia di sbarramento alle elezioni? Omologazione sui programmi da parte delle due grandi famiglie di centrodestra e centrosinistra? Sono soltanto due degli strumenti validi per raggiungere ciò che da anni chiedono gli elettori. Tutti gli elettori. La differenza tra i supporter dei due Poli, infatti, in questo caso non c’è. Tutti chiedono soltanto due grandi schieramenti (centrodestra 72 per cento; centrosinistra 71 per cento).

Meglio insieme
Proprio analizzando i dati disaggregati, poi, emerge come la base dell’Udc non segua i propri leader. La volontà di smarcarsi di Casini e Cesa non piace all’elettorato centrista se ben il 94 per cento afferma che i piccoli partiti condizionano la coalizione e quindi compromettono l’efficacia dell’azione di governo. Non solo: sempre tra gli udiccini, il 94 per cento pensa che occorre mettere un freno alla frammentazione. In sostanza, i post dc sono più vicini al Cavaliere che non ai vertici del loro partito del cuore.