Le sette porte di Barbablù si aprono al Carlo Felice

Un castello, sette chiavi che aprono sette porte misteriose. Tutto in regola, sembrerebbe: un'ambientazione da libro illustrato. Ma la fiaba si tinge di ombre cupe, il sangue ricopre pareti, armi e gioielli, un lago alimentato da lacrime svela un pianto senza speranza.
Così lasciamo Perrault e troviamo Maeterlinck. Ed è a lui, lo scrittore belga di "Ariane e Barbebleu" che Bela Balazs ispira il suo libretto, per un vero e proprio dramma di matrice diremo espressionista, ambientato in una dimensione senza tempo e cui la musica di Bela Bartok dà la voce ossessiva, l'anima che ne completa la sua più intima natura; e con un arco tonale che dalle tenebre torna alle tenebre toccando vertici di abbacinante luminosità, attraverso un intricato labirinto di simboli e recondite significazioni.
«Un'opera straordinaria - dice il direttore Paolo Carignani - in cui il simbolismo è estremamente sottolineato; per questo cerco il colore orchestrale giusto per ogni situazione, per ognuna delle sette porte. A maggior ragione, poi, visto che manca la scena ed è compito solo dell'orchestra e dei protagonisti creare la suggestione adatta; e a tal proposito bisogna riconoscere che gli artisti sono veramente eccezionali».
Lui, László Polgár, è ormai il Barbablù di riferimento degli ultimi decenni, lei, Elena Zhidkova (Giuditta), giovane ma affermata, e con una splendida presenza scenica. In forma di concerto, si diceva, ma pronta a descrivere - attraverso uno spartito eccezionale - il lugubre antro del castello; e con strabiliante efficacia.
«Non tutte le opere si prestano ad una riduzione del genere - sostiene il direttore artistico Alberto Triola - ma quando si riesce, questo ci permette di creare spettacoli di alto livello senza pesare troppo sul nostro bilancio ahimè precario; e concederci qualche allestimento in più, nutrendo il nostro cartellone. Siamo fieri di questo Barbablù, opera che per altro manca, a Genova, addirittura da 35 anni».
Atto unico, breve quindi, preceduto dall'esecuzione dei "Sieben Boleros" di Henze, dall'opera "Venus und Adonis", che rappresentano, con le parole dell'autore, "«a musica spagnola, o meglio quello che si immagina essere l'elemento spagnolo dell'arte».
Trovare il filo conduttore della serata? «Bè, senza dubbio la rarità del programma - continua Triola - novecento "simbolista" e un autore, Henze, ancora vivente; speriamo che questo stimoli e non colga impreparato il pubblico, che ancora canticchia fra sé il Flauto Magico: ammettiamolo, gli chiediamo un salto di più di duecento anni»!
Dopo questa sera alle 20.30 si replica domani, stessa ora, e domenica alle 15.30.