SETTE TELECRONISTI E UNA NAZIONALE

Erano, pensa un po’, sette gli inviati Rai a Firenze per la sfida tra Italia e Germania. Il telecronista Marco Civoli, il commentatore tecnico Sandro Mazzola, l’intervistatore ufficiale Enrico Varriale, i preambolisti (nonché intervallisti e concluditori) Fabrizio Failla e Vincenzo D’Amico; infine i bordocampisti Carlo Paris e Stefano Bizzotto, pronti a trasformarsi a fine partita in intervistatori di complemento. Lo schieramento a sette funziona, si fa per dire, così: Failla e D’Amico aprono la trasmissione con il cazzeggio social-calcistico (formazioni, assenze, avversari, pubblico, incidenti, inni). A un certo punto viene annunciato il vescovo ausiliario di Firenze, Claudio Maniago, che dal campo legge incautamente un messaggio del Papa. Sarà il brusio, per usare un eufemismo, dello stadio, sarà il microfono difettoso, fatto sta che si coglie una parola su venti. L’ignaro araldo di pace continua la sua missione impossibile, mentre la telecamera lo abbandona per tornare sul tandem Failla-D’Amico che, senza fare una piega, riprende a discettare di Totti e compagni. Solamente l’unico uomo pio della brigata, Carlo Paris, annota mesto: «Messaggio un po’ disperso e un po’ confuso del Santo Padre». Comincia la partita con gli azzurri avvolti nelle nuove (bruttissime) maglie che li fanno apparire sudati ancor prima di aver fatto mezzo metro. E finalmente si scopre il compito di Bizzotto e dello stesso Paris. L’uno, che conosce bene il tedesco, è delegato a diffondere ogni minimo sussulto della panchina nemica; l’altro compie l’identica operazione rendendo note le indicazioni, verbali e mimiche, di Lippi. Due presenze a dir poco indispensabili per il telespettatore, smanioso di sapere se il primo ct a mettersi un dito nel naso sarà il nostro oppure Klinsmann. Il primo tempo si chiude su un impensabile tre a zero, arrivederci, pubblicità e promo obbligatorio del Festival di Sanremo. Qualcuno però in Viale Mazzini deve essere saltato sulla poltrona per l’involontario oltraggio al Vaticano. Infatti il contrito Varriale nell’intervallo, prima di porre qualche domandina indolore ai fratelli Della Valle e al vicepresidente federale Abete, fa pubblica ammenda con un linguaggio insolitamente aulico: «Ci corre l’obbligo di leggere il messaggio di sua Santità Papa Benedetto XVI che purtroppo non è stato sentito da milioni di telespettatori, ma è stato seguito con attenzione qui all’Artemio Franchi». Me compreso, fa capire. E giù con la lettura riparatoria. Secondo tempo, fischio finale e un’ora, micidiale, di dopopartita. Il tutto per un’amichevole. Ma se l’Italia il 9 luglio arrivasse in finale basteranno sette telecronisti?