Il settebello del Cannibale «Servono fortuna e volontà era proprio la mia corsa»

«È la più facile in apparenza, ma la più difficile tatticamente. O la vincevo, o andavo alla deriva»

È l’uomo dei record, l’onnivoro del pedale, l’insaziabile predatore di classiche, per un ventennio e per la storia più semplicemente il «Cannibale». Eddy Merckx ha vinto di tutto e di più. Milleottocento corse disputate, 525 vinte (445 da professionista): tre mondiali, 5 Giri, 5 Tour, una Vuelta, 5 Liegi, 3 Roubaix, 2 Giri di Lombardia, 3 Frecce Vallone, 2 Giri delle Fiandre, 2 Amstel Gold Race, una Parigi-Bruxelles, 7 Milano-Sanremo: numeri da capogiro. Sabato sarà in Riviera, per celebrare il Centenario della classicissima.
Le dico Sanremo: a cosa pensa?
«A quando la vinsi per la prima volta: avevo appena 21 anni, il prossimo 17 giugno saranno invece 62. Ne ho percorsa di strada. Ieri in bicicletta, oggi con la memoria. Mi chiamate anche per questo, no?...».
Non trova che sia bello?
«È bellissimo perché ogni giorno si comprendere quello che si è stati capaci di fare, un po’ meno per il tempo che passa. Troppo veloce».
Un po’ come lei in bicicletta: troppo veloce...
«Ho fatto grandi cose, in un periodo di grande splendore per il ciclismo. Ho avuto grandi avversari, e quindi grandi motivazioni».
Ci racconti il fascino della Sanremo...
«È la corsa che mi ha fatto conoscere al grande pubblico, che mi ha dato immediatamente popolarità. Nel ’65, al mio esordio da professionista, vinsi subito la Freccia Vallone. L’anno seguente a soli 21 anni arrivò il mio primo successo alla Sanremo: battuti Durante e Van Springel».
Poi ce ne furono altre sei. Quale considera la più bella?
«Le vittorie sono come i figli: tutte belle. La prima perché è la prima; la seconda perché ottenuta precedendo due grandissimi corridori come Gianni Motta e Michele Dancelli; la terza perché l’ho ottenuta arrivando da solo a Sanremo lasciandomi alle spalle un certo Gimondi; la quarta perché mi sono ripetuto su Motta e Basso; la quinta perché ottenuta con la maglia di campione del mondo; la sesta perché sono numeri importanti e perché arrivata davanti ad un giovanotto fortissimo di nome Francesco Moser; la settima perché non ero più un ragazzino, e stabilii un record di cui si parla ancora oggi».
Quante volte l’ha disputata?
«Dieci volte, e l’ho vinta sette. Mai secondo e mai terzo. O vincevo, o andavo alla deriva».
Si è mai dato una spiegazione sul perché lei fosse così superiore agli altri in modo particolare in questa corsa?
«Era ed è la corsa più lunga del mondo, la più facile in apparenza ma la più difficile dal punto di vista tattico. Ci vuole tantissima fortuna e tantissima forza. Io sono sempre stato uno che si allenava un sacco, uscivo dall’inverno preparato come pochi, ecco perché vincevo: fortuna e volontà».