«SETTIMA DIMENSIONE»: COMICI IN SALDO

Il problema, data l'inflazione di comici che si propongono in video, è che ogni nuovo programma rischia di essere accolto dal pubblico come accadeva a chi si esibiva sui palcoscenici dell'avanspettacolo: un sentimento di prevenuta diffidenza, l'invito minaccioso: «facci ridere!» rivolto a chi si affacciava alla ribalta, un atteggiamento non troppo favorevole a un'esibizione tranquilla. Vero è che allora l'avanspettacolo era una palestra, una grande scuola di formazione comica, mentre ora i comici si fanno le ossa in tivù, lanciati allo sbaraglio, e non è certo la stessa cosa sia per chi poi ce la fa sia per chi balla una sola estate. Ma è comunque con un po' di giustificato sospetto che si accoglie il nuovo programma comico La settima dimensione (giovedì su La 7, ore 21,30) condotto da Sabrina Nobile e Massimiliano Bruno. Ancora i comici? Un'altra ondata di «nuovi comici»? Ma non ce ne sono fin troppi? Ma non sono stanchi di tentare di farci ridere, il più delle volte invano? Ecco, il pensiero magari non sempre confessato ma strisciante in chi guarda un nuovo programma comico è questo (esclusi naturalmente parenti e amici dei comici che si esibiscono). Mai infatti la televisione ha sfornato tanti comici o aspiranti tali come in questi ultimi anni. E mai la qualità è parsa inversamente proporzionale alla quantità come in quest'ultimo periodo. Ci vuole quindi del coraggio per far partire un nuovo programma con una ventina di nuovi comici, dove l'aggettivo «nuovi» risulta altrettanto inflazionato e pare più una minaccia che un elemento di speranzoso ottimismo. Dato atto del coraggio, passiamo al resto. Sabrina Nobile è la notizia più bella. Nelle parti di conduttrice e «spalla» occasionale dei comici che si esibiscono (più o meno il ruolo di Serena Dandini), se la cava con semplicità e simpatia. Ha un viso che buca lo schermo (molto più di Massimiliano Bruno, ma sembrano esserne coscienti entrambi) e rende l'atmosfera gradevole. A questo punto bisognerebbe parlare dei comici, perché il programma dovrebbe essere sulle loro spalle. Il fatto è che sono tanti, disomogenei nello stile e nel risultato come è naturale che sia quando li si sforna uno via l'altro. E c'è ormai la brutta abitudine di non citarli neanche per nome, dato che sono tanti, e di dover aspettare i titoli di coda per sapere chi ha partecipato. Così il pubblico è costretto a ricordarli con dei giri di parole: «quello vestito da evangelista», «quella dello sketch triste sulla sua vita matrimoniale», «quello che faceva la parodia di Quark». È un peccato. Affinché i comici non durino lo spazio di un'estate occorre ricominciare a chiamarli per nome. Magari sfoltendone il numero con una selezione a priori, ma valorizzando meglio chi sopravvive.