La settimana corta? A scuola esiste già e c’è costata sei miliardi

Il paradosso abolito dalla Gelmini. Le ore di lezione da 50 minuti costringevano a pagare
un extra ai professori. Ora risparmi per 245 milioni l’anno

Settimana corta in periodo di recessione. Se ne parla, sono tutti d’accordo nell’applicare il principio «lavorare meno, lavorare tutti». Nessuno spiega però che nella scuola la settimana corta è già una realtà. Ma del tutto distorta. La classica ora di lezione, infatti, non è mai di 60 minuti, si «restringe» a 50. E i dieci minuti di non lavoro? Vengono pagati senza possibilità di recupero. Alcuni dirigenti, in realtà, hanno puntato i piedi. E deciso di trattenere dallo stipendio dei docenti gli importi relativi alle ore non prestate che si erano rifiutati di recuperare. Ma i ricorsi sono stati puntualmente persi.

Così, grazie all’applicazione dellacircolare 243 del 1979, ogni anno si pagano a 100 mila docenti delle superiori, circa 6-7 milioni di ore «scontate », e si regalano 245 milioni di euro. In pratica, questi fortunati insegnanti percepiscono lo stesso stipendio degli altri colleghi ma lavorano fino a 100 ore inmenoall’anno. Se questa circolare fosse stata cestinata nello stesso anno in cui è stata emessa, si sarebbero risparmiati, a oggi, circa 6 miliardi di euro. I calcoli, addirittura prudenziali, sono stati elaborati dal mensile Tuttoscuola. Ed è il direttore della testata a spiegare la distorsione: «Nella disattenzione di chi deve controllare, una piccola regola è stata perpetuata per trent’annicon danni enormi – spiega Giovanni Vinciguerra -. È anacronistico mantenere questi privilegi. Il Paese non se li può più permettere».

Ma come sono state calcolate le perdite subite dal sistema scolastico? Secondo Tuttoscuola, dei 224 mila docenti delle scuole superiori, almeno 100 mila fruiscono del non recupero per due ore la settimana, 60-70 l’anno. Così le ore «scontate» (di 50 minuti) lievitano a 6-7 milioni complessivamente. Applicando un costo medio orario di circa 35 euro per docente se ne ricava un importo virtuale compreso tra i 210 e i 245 milioni di euro per le ore non lavorate. L’aspetto più grave della questione è che gli stessi docenti che fanno l’orario corto, vengono pagati per le attività aggiuntive di recupero dei debiti degli studenti (circa 50 euro all’ora).

Insomma lo Stato abbona ore di lavoro ad alcuni dipendenti e poi paga le stesse persone per delle prestazioni supplementari. Un paradosso che il ministro Gelmini ha deciso di aggredire nel regolamento delle superiori riducendo il numero delle ore di lezione ma allungandolo di fatto a 60 minuti. Ilproblema è la decorrenza, fissata per il 2010. Mentre si potrebbe recuperare del tempo eliminando la famigerata circolareda subito. Ma perché è stata fatta trent’anni fa? Per agevolare gli studenti (erano altri tempi) che non potevano seguire le lezioni pomeridiane per cause di forza maggiore (mancanza di bus, di mense). Così il ministero permetteva di ridurre di 10 minuti la prima e l’ultima ora di lezione e a volte anche quelle intermedie per consentire lo svolgimento delle lezioni solo al mattino: 30 minuti in meno al giorno per sei giorni equivalgono a tre ore piene. E l’orario settimanale si riduceva da 36 a 33ma anche a 30 ore.

Così, per fare un favore agli studenti, la legge lo ha fatto ai professori. Per loro, l’orario corto è diventato un diritto intangibile che gonfia un po’ lo stipendio. Questo modo di arrotondare i magri cedolini di fine mese dei professori, però, è poco trasparente. Anche Vinciguerra lo ammette e propone: «Se si recuperassero questi soldi si potrebbero reinvestire totalmente nella scuola per stipendi più dignitosi e per strutture più adeguate. È un dato di fatto – aggiunge l’esperto – che l’incidenza dell’istruzione sulla spesa pubblica è da 18 anni in continua diminuzione: si è passati da 10,3% del 1990 all’8,5% del 2007. Ora bisogna invertire la tendenza».