La settimana di fuoco fra decreto sviluppo e intercettazioni

Roma - Finiti i festeggiamenti per i 59 anni di Vladimir Putin e rientrato ad Arcore dopo la due giorni nella dacia sul lago di Valdaj, dalle parti di San Pietroburgo, Berlusconi è costretto a rituffarsi nelle solite beghe interne alla maggioranza. Ogni settimana, d’altra parte, ha la sua pena. E quella che si apre oggi sarà incentrata sul doppio binario intercettazioni-condono. Con all’ordine del giorno le consuete frizioni nel Pdl e l’ormai immancabile scontro con Tremonti. E, chissà, magari è anche per tirare il fiato in vista dell’ennesimo braccio di ferro con il ministro dell’Economia che il Cavaliere in Russia si è reso praticamente irraggiungibile da tutto e tutti, tanto che il comunicato in cui Palazzo Chigi smentiva interventi sul condono è stato fatto su pressione di Tremonti e senza il via libera del premier.
Ed è proprio sull’eventuale sanatoria che si profila un altro scontro già domani, quando il ministro Romani (dopo aver relazionato questa mattina il Cavaliere) presiederà il tavolo sul decreto sviluppo per coordinare le richieste dei suoi colleghi di governo. Non ci sarà Tremonti. Che è deciso a respingere quello che considera un «assalto alla diligenza» il più tardi possibile e solo quando Romani si presenterà da lui facendo la sintesi. «Soldi non ce ne sono», si limiterà a dire bocciando tutte le proposte. Perché, raccontava giorni fa il titolare di Via XX Settembre, «non è che posso ripetere a tutti la stessa cosa» e quindi «datemi un interlocutore così non dovrò perdere tempo». Romani è avvertito. Anche se il ministro dello Sviluppo pare piuttosto ottimista. Perché ha il mandato pieno di Berlusconi, perché sul provvedimento ha lavorato a testa bassa e perché - dice a chi lo sente - nel dl «ci saranno sorprese».
Che il condono sarà argomento di scontro, però, è piuttosto scontato. Perché Berlusconi, questo spiegava ieri a chi ha avuto occasione di parlargli, è intenzionato ad affrontare la questione di petto e a non cedere ai «niet» di Tremonti.
Per vedere come andrà a finire bisognerà però aspettare il 20 ottobre, perché non sarebbe la prima volta che alla fine la spunta il ministro dell’Economia. A fianco del quale - è questa la riflessione che il premier affida ai suoi più stretti collaboratori - si sta schierando chi gioca a «tagliare le gambe alla maggioranza».
Non a caso, oltre a Tremonti anche Formigoni dice di non vedere di buon occhio il condono. Per non parlare della presidente di Confindustria Marcegaglia («Dopo quel che ho fatto per lei in Sardegna è davvero un’ingrata», si sfogava giorni fa in privato il premier) e dei frondisti Scajola e Pisanu. E potrà avere anche ragione il vicecapogruppo vicario del Pdl al Senato Quagliariello quando dice che il presidente dell’Antimafia non ha dietro «un numero sufficiente di senatori» favorevoli a «un governo di larghe intese contro Berlusconi», ma certo i due fronti che si coalizzano dietro la querelle condono fanno riflettere. E non può essere un caso che i capigruppo di Camera e Senato Cicchitto e Gasparri continuino a rilanciare la possibilità di una sanatoria, così come il ministro La Russa che invita a «discuterne senza preconcetti». Ma quel che ha lasciato perplesso il Cavaliere è che in un simile clima di muro contro muro abbia deciso di prendere posizione Bossi. Che boccia pubblicamente il condono. Un’uscita, secondo Berlusconi, che di fatto mette il Senatùr tra coloro che stanno abbreviando la vita del governo e puntano alle elezioni nel 2012.
Grandi manovre in vista, dunque. Tanto che potrebbe slittare di qualche settimana il voto alla Camera sulle intercettazioni. Per evitare «sorprese» che - vista la situazione - potrebbero anche far saltare il banco.