Una settimana nera nel "manicomio" del Pd

Litigi interni e dipendenti del partito in rivolta: aumenta il pessimismo tra i democratici. Fuoco sulla Bindi: la presidente è contraria ai tre mandati: "E' aggrappata al seggio". Saltano alcune nomine Rai: scontro tra dalemiani e veltroniani sul Cda

Roma - Se il leader Fiom Landini mettesse le mani sulla bozza di contratto dei dipendenti del Pd, un bel corteo sotto al Nazareno non glielo leverebbe nessuno, a Pier Luigi Bersani.
Non perché imponga condizioni di lavoro inaccettabili, anche se i famigerati strumenti della «precarietà», Cococò e Cocoprò e quant’altro, sono stati usati a man bassa negli ultimi anni; quanto per quei primi quindici articoli del contratto, stilato dal tesoriere Antonio Misiani, che sono stati giudicati «inaccettabili» dall’assemblea dei lavoratori, che la settimana scorsa ne ha chiesto il ritiro immediato. «Neanche a Marchionne sarebbe venuto in mente di infilarci quella roba», spiega uno dei partecipanti all’assemblea, «non si è mai visto un datore di lavoro che pretenda di normare le relazioni sindacali nel contratto». La bozza è minuziosa: all’articolo 1 definisce la rappresentanza sindacale del Pd, al 2 stabilisce il numero dei suoi membri, al 3 come devono essere eletti. E via così: le procedure per la presentazione delle liste, la composizione del comitato elettorale, le preferenze che si possono dare, la durata in carica, la regolamentazione dell’assemblea dei dipendenti, il diritto di affissione interna, il fatto che il Pd «consente il referendum interno tra i lavoratori». I circa duecento diretti interessati (tra impiegati, tecnici, funzionari politici eccetera) sono rimasti esterrefatti, e hanno puntato i piedi: «Così non lo firmiamo». Si attendono risposte per la prossima settimana, quando è convocata un’altra assemblea dei dipendenti.

Fossero tutti qui, i problemi di Bersani, basterebbe un buon consulente del lavoro a risolverli. Ma non è così, ovviamente: nonostante le disgrazie di un governo più sbrindellato di quello di Prodi, con una maggioranza appesa a un pugno di voti in Parlamento e in calo in tutti i sondaggi, nel principale partito di opposizione regna paradossalmente un cupo pessimismo. L’ultima settimana, tra l’indagine su D’Alema, il caso Radicali e la batosta del Molise, è stata nera. Ogni giorno nasce una nuova corrente o un nuovo movimento (ultimo quello dei «giovani curdi» che invocano più liberalismo in economia) che contesta il gruppo dirigente e la linea del partito. La maggioranza interna si sta sfaldando (a causa, si dice, dell’eccessiva «sudditanza» di Bersani verso D’Alema, dal caso Penati in poi), i dirigenti che lo affiancavano - da Enrico Letta a Dario Franceschini a Rosi Bindi - prendono sempre più spesso le distanze e lavorano in proprio.

Più che Vendola, il vero spauracchio di Bersani (e di buona parte del gruppo dirigente) si chiama Matteo Renzi, attivissimo sui media e grande sponsor della ondata interna che reclama un «ricambio generazionale»: ipotesi che terrorizza anche la Bindi, entrata in Parlamento sotto l’ala di Andreotti e del ministro Bernini nel lontano 1989. Che ieri si è scagliata contro l’ipotesi di limitare a tre i mandati parlamentari: «Con queste regole, non ci sarebbero stati né Moro né Berlinguer». Ragionamento sacrosanto, non fosse che nel caso specifico puzza un po’ di conflitto di interessi, come gli ha rinfacciato pronto il deputato Pd Ginefra: «Secondo la Bindi l’esperienza propedeutica alla leadership si conquista solo restando aggrappati per decenni alle poltrone?».

Nel partito, la più diffusa contestazione al segretario è quella di «non governare», né al centro né sul territorio. I casi sono tanti: Bersani aveva garantito la candidatura a successore di Chiamparino alla presidenza dell’Anci a Fassino; poi D’Alema e Vendola gli hanno imposto di sostenere Emiliano, per preparare al sindaco di Bari la strada della successione a Nichi in Regione, in vista del ritorno di Vendola sulla scena nazionale. Col risultato che alla fine è stato eletto il terzo uomo Pd Del Rio, un cattolico. Su cui puntava il Pdl.
C’è il caso Rai: il dalemiano Orfini, membro della segreteria, ha dichiarato guerra ai membri Cda di nomina Pd (era Veltroni) puntando a sostituirli con esponenti più omogenei a D’Alema: «Querelo chi definisce quei due del Pd». Quei due, Rizzo Nervo e Van Straten, si sono vendicati bocciando la candidata dalemiana alla direzione di Raitre, Maria Pia Ammirati, e votando Di Bella. E c’è il Molise, dove non solo il centrosinistra ha perso 10mila voti ma il Pd locale è riuscito a presentare una lista di candidati tutti e solo maschi, contro ogni «quota rosa» e regola interna. «Forse era un messaggio anti gnocca, e quindi anti Berlusconi», chiosa ironico un dirigente.