Sevizia moglie italiana: «Metti il burqa devi essere una vera donna islamica»

Arrestato dopo sei anni per violenze fisiche e psicologiche anche su un’altra ragazza somala

Enrico Lagattolla

da Milano

«Se non ti metti il burqa, non esci di casa». «Ti do fuoco», «sei una puttana», «ti porto via tuo figlio». «Lo porto in Algeria, da un’altra donna», perché «deve crescere da musulmano, non da cristiano». Nel 2000, L.B., marocchino di 42 anni, è condannato a due anni di reclusione dal Tribunale di Milano, con l’accusa di maltrattamenti in famiglia. Ma l’ordine di esecuzione resta inapplicato. L’uomo resta in libertà, in attesa di scontare la pena. Nel frattempo, si trova una nuova compagna. Una donna somala, una nuova vittima.
Otto anni di matrimonio che sono un incubo. Maggio 1991, L.B. e la giovane italiana si sposano. L’uomo rivela presto un carattere violento e possessivo. Ma la parabola tende al peggio.
Primo, le toglie la parola. «Non parlare con gli uomini», è la regola. «Perché nel mio paese - le dice - una donna che parla con un altro uomo che non sia il marito è una poco di buono». Secondo, le abitudini. Se nei negozi che la donna frequenta i commercianti sono uomini, lui la obbliga a cambiare negozi. Anche se sono quelli che frequenta da sempre. «Trovatene altri». Terzo, le aspirazioni. «A lavorare ci penso io, perché una buona moglie deve occuparsi solo della casa». Quarto, la presenza. «Quando vengono i miei amici in casa, tu non devi farti vedere». Nelle serate in cui ci sono ospiti, lei è indesiderata. Ultimo, l’aspetto. «Quando esci per strada, mettiti il burqa e indossa abiti lunghi». Nessuno al di fuori di lui avrebbe dovuto vederla in faccia. E niente pettinature strane, «che sembri una puttana».
E, alla fine, le minacce e violenze fisiche. Fino alla querela, alla separazione, e alla sentenza del Tribunale di Milano. Novembre 2000, L.B., viene condannato a due anni di reclusione per il reato di maltrattamenti contro la moglie italiana «picchiata e insultata e sottoposta a vessazioni di carattere religioso - scrive il giudice - quali l’obbligo di portare abiti e foulard islamici, il divieto di lavorare e di parlare con persone di sesso maschile anche semplicemente nei negozi e la minaccia di portare in Nordafrica il figlio minore affinché fosse educato da buon musulmano e non da cristiano». Ma L.B. non finisce in carcere. Una falla nel sistema, il tempo per trovare un’altra vittima. Questa volta è somala.
Ieri il giudice per le indagini preliminari di Milano Guido Salvini ha disposto la custodia cautelare in carcere per il marocchino, con le accuse di violenza sessuale aggravata, maltrattamenti in famiglia e tentato omicidio nei confronti della nuova compagna. «Cosa vuoi fare? Lo fai senza dire una parola o vuoi che ti meno?». Ancora qualche parola prima dell’ennesima violenza. Prende una bottiglia di candeggina e gliela rovescia sulla testa. «Per te ci vuole l’acido». Peggio. Le versa l’alcool sulle gambe, e le grida «io ti brucio» fumandole una sigaretta in faccia. Poi le da fuoco con l’accendino. La donna afferra un cuscino e riesce a spegnere le fiamme. «Prova a denunciarmi e ti tolgo i documenti, ti strappo il permesso di soggiorno, ti uccido». L’ultima minaccia. L.B. è in manette.