Seymour cerca se stesso nel teatro

In «Sinecdoche, New York», l’attore interpreta un regista in crisi abbandonato dalla moglie

nostro inviato a Cannes

La sineddoche è quella figura retorica che sta a indicare la parte per il tutto. Nel film di Charlie Kaufman presentato ieri in concorso al Festival, Synecdoche, New York, questa parte è il teatro, e il tutto rimanda alla vita, ovvero il tentativo di capire chi siamo mettendo in scena il nostro modo di comportarci. Contemporaneamente, è la vita stessa una sineddoche di quella morte che tutti, indistintamente, ci riguarda e che è l’unica cosa certa ed eguale per ciascuno di noi, e quindi è una meditazione sul senso, meglio, il non senso dell’esistere e il timore, che è poi certezza, di morire.
Costruito intorno alla figura di Philip Seymour Hoffman, già premio Oscar due anni fa come migliore attore protagonista di Truman Capote, il film racconta la storia di Caden Cotard, regista teatrale che si ritrova all’improvviso abbandonato dalla moglie, che porta via con sé la figlia, comincia a soffrire di disturbi psicosomatici, si condanna a una solitudine sempre maggiore mentre nel contempo cerca di trovare nel lavoro la risposta all’insoddisfazione che lentamente lo divora. Il risultato sarà l’idea di ricostruire in un vecchio magazzino abbandonato un nuovo microcosmo cittadino dove si mette in scena l'ordinarietà quotidiana. Oltre a Hoffman, il cast è di prim’ordine, schierando Samantha Morton, Emily Watson, Jennifer Jason Leigh. Già sceneggiatore di Essere John Malkovich e di Eternal Sunshine of the Spotless Mind, Kaufman è qui alla sua prima regia e costruisce un film che parte come una commedia ironica e sentimentale sui problemi maschili della mezz’età per poi virare lentamente verso un contesto sempre più drammatico che giunge sino alla vecchiaia dei personaggi.
«Il mio personaggio - dice Philip Seymour Hoffman - è un intellettuale che vuole creare il capolavoro, pensa che la sua esistenza sia comunque finita, ha sofferto pene d’amore, malattie, lutti e ora vuole lasciare qualcosa di reale, di onesto e di stupefacente, esattamente come è la vita».
Il film ha in sé qualcosa di onirico, anche se il regista rifiuta qualsiasi parentela con il Federico Fellini di 8 e mezzo: «Sono partito da certi incubi che avevo avuto nel sonno e in seguito ho aperto la mia immaginazione a tutto ciò che mi faceva paura, la morte, naturalmente, le malattie, l'invecchiare, il lasciarsi... Questo spiega l'insieme di fantasia barocca, emozione e fantastico, ma non ha niente a che vedere con il sogno in quanto tale. Non siamo in un’altra dimensione, ma nella vita vera».
Alla base della figura di Caden Codard c’è l'ambizione di recitare ciò che si è, e così facendo di essere rappresentativi del genere umano, una sfida troppo grande per un uomo solo. Allo stesso modo, c’è nel film un eccesso di grandi temi che costringe lo spettatore a due ore di visione non sempre facile, a volte psicologicamente sgradevole.