Le sezioni storiche dei Ds: «Veltroni al Pd? No, grazie»

I Ds romani tradiscono il «loro» Veltroni. L’esternazione inattesa di un gruppo di esponenti della Quercia a Roma dimostra che la conquista del consenso come leader del nascente Pd da parte del sindaco potrebbe trovare ostacoli anche nella sua città e nel suo partito. Un plotoncino di dirigenti, iscritti ed elettori dei Ds della capitale - primo firmatario Fabio Nicolucci, segretario della sezione storica del Centro Storico dei Ds - ha annunciato ieri il sostegno a Enrico Letta nelle primarie del Partito Democratico. «Perché il 14 ottobre cominci davvero una storia nuova non possiamo affrontare questo passaggio con i metodi e le liturgie del passato. Soprattutto, non possiamo pensare al Partito Democratico come ad un contenitore in cui convivano semplicemente i Ds e la Margherita: sarebbe la negazione della sfida che abbiamo lanciato», spiegano i diessini, tra i quali anche Fabio Zuccarelli (sezione Testaccio e direzione romana Ds), Nicola Nanni (segretario sezione Ds di Trastevere), Renato Viganotti (tesoriere sezione Ds Centro storico) e altri esponenti di sezioni e della cosiddetta società civile. Una scelta, la loro, motivata anche dal fatto che nella proposta di Letta si uniscono competenza («ha dato prova di solidità, preparazione ed equilibrio»), innovazione («è uno degli esponenti che con maggiore continuità e coerenza si è misurato con il tema del cambiamento della società italiana») e rinnovamento («ha quarant’anni. La sua candidatura mette in campo energie nuove»). Tutte virtù che al supersindaco, evidentemente, fanno difetto.
Tagliente il commento di Francesco Giro, coordinatore di Forza Italia per Roma e Lazio: «È la dimostrazione che Veltroni qui a Roma non ha più il consenso di una volta anche per la sua crescente indifferenza alle sorti della capitale che soprattutto nel centro storico sta vivendo un degrado di violenza, sporcizia, droga e abusivismo. La scelta di votare Enrico Letta oltre ad esprimere una rottura generazionale con il passato è la prova che non esiste il modello Roma da esportare a livello nazionale».