La sfida antidemocratica dell’ex Pm

Non si può sottovalutare Antonio Di Pietro. Egli è un protagonista della politica italiana e il suo aspetto contadino è parte del personaggio, non della persona. Intende incarnare l'italiano medio che ha difficoltà con la lingua e incespica nel dialetto. Di Pietro è tutt'altro che un sempliciotto, è un protagonista della politica italiana. Senza di lui non ci sarebbe stata Mani pulite.
L'idea di usare la carcerazione preventiva per esercitare pressione sugli indagati facendo cambiare a essi radicalmente le condizioni di vita è un atto da poliziotto, non da giudice. Ma di un poliziotto che conosce internet, la stampa, la comunicazione sociale e sa che la strettoia del carcere e l'infamia politica possono distruggere le persone. Senza Antonio Di Pietro come regista la Procura di Milano non avrebbe costruito Mani pulite. Vi è stata una operazione politica di cui Di Pietro è l'inventore e l'autore. Per questo è necessario studiare il personaggio per comprendere la complessità della persona che non agisce a caso. La diversità politica tra Di Pietro e i magistrati è così evidente che egli ha potuto scorporare la sua linea radicale dalla posizione di magistrato e farne un partito politico. E, al tempo stesso ha ottenuto che i magistrati assumessero la posizione di antipolitici, in nome dell'indipendenza della magistratura fino al punto di escludere la possibilità di una legge della Repubblica che ne mutasse le regole.
Di Pietro ha così potuto avere le mani libere come politico e poter usare la magistratura come un corpo di riferimento. Ha avuto a un tempo l'autonomia della politica e la rappresentanza dei giudici, sia come corpo professionale sia come ordine dello Stato. Non è poco.
L'attacco a Giorgio Napolitano potrebbe sembrare un errore, se si pensa a Di Pietro come alleato alla sinistra. Questo non accetterà mai una critica alle istituzioni e soprattutto al loro massimo livello quando chi vi siede è un uomo della sinistra. Con l'attacco a Napolitano Di Pietro dà l'addio alla sinistra come alleata e punta a staccare una componente radicale autonoma che è di destra e di sinistra assieme. Ed esprime una rivolta contro le istituzioni come ultimo sbocco della tensione antipolitica che Berlusconi ha usato in chiave democratica. Beppe Grillo e Marco Travaglio divengono contenuti politici e non più solo folclore o satira. Si è ben oltre Sabina Guzzanti.
Berlusconi è il nemico ideale. Ma Di Pietro pensa soprattutto a sottrarre voti alla sinistra recuperando le posizioni anticapitaliste in chiave radicale antidemocratica, pur volendo giocare a fondo sull'abbandono del fascismo da parte di Fini e della confluenza di Alleanza nazionale in un solo partito con Forza Italia. Di Pietro opera la medesima sintesi che sta alla base delle posizioni fasciste che nascono dalla fusione di estrema destra ed estrema sinistra in chiave antidemocratica.
Se si pensa alle tensioni sociali che la recessione genererà nel Paese, il movimento di Di Pietro assume i contorni di una sfida alla stabilità delle istituzioni e all'equilibrio della società. Se si può prevedere quello che farà di Pietro, si può forse mettere in conto che userà dei problemi posti dall'immigrazione per prendere voti anche alla Lega.
Berlusconi è il nemico, ma la sinistra è l'avversario reale. Di Pietro punta sulle incertezze del Partito democratico e sulle tensioni che vi regnano per sottrarre consensi a vantaggio del suo radicalismo antidemocratico.
Di Di Pietro si può pensare tutto fuorché sia uno sprovveduto. Egli ha modificato la politica italiana da magistrato, pensa di avere un destino per guidarla. A danno soprattutto del Pd e di Veltroni, che ha commesso l'imprudenza di introdurre la volpe nel pollaio concedendo all'Italia dei Valori l'apparentamento a sinistra.
bagetbozzo@ragionpolitica.it