Sfida Bartali uomo d’acciaio e Coppi robot di carne: quel duello su ruote che stregò Curzio Malaparte

Così il grande scrittore raccontò ai francesi le due facce sportive del nostro Paese

L’Italia ha sempre due facce, l’Italia vive di eroi e di campioni contrapposti. Questa dicotomia fondativa, questa polarizzazione che è propria dell’Italianità non è mai stata così vera come nel caso di Coppi e Bartali, i due giganti assoluti di un’epoca in cui la velocità era sudore e non motore.

Di questa rivalità sportiva, in cui l’asfalto e la fatica si sono fusi per trasformarsi istantaneamente in mito, si potrebbe credere di aver letto, con gusto, tutto il leggibile. Ecco però che Adelphi ripropone, in tempo di Giro, una piccola chicca a firma Curzio Malaparte: Coppi e Bartali (pagg. 56, euro 5,50, con una nota di Gianni Mura e traduzione dal francese di Marco Bevilacqua).

Si tratta di un mini saggio che il toscanaccio di Prato pubblicò in Francia poco prima del Tour del 1949. Una manciata di pagine perfette e poco note. Pagine in cui congela il nocciolo al calor bianco di una sfida-amicizia che si sarebbe protratta per tutti i primi anni Cinquanta. Malaparte coglie, infatti, nei due campioni la cui grande tenzone era iniziata nel 1940 (quando Coppi strappò il giro a Bartali) ed era stata poi interrotta dalla guerra, una metafora di due diverse Italie.

La prima, rappresentata dalla tenacia di Bartali, ancora immersa nel mondo contadino e intrisa di religiosità. La seconda proiettata verso la modernità e la macchina, innamorata dello scatto di Coppi, irresistibile uomo-robot. Per usare le parole di Malaparte: «Bartali è il campione di un mondo già scomparso, il sopravvissuto di una civiltà che la guerra ha ucciso... Coppi è il campione del nuovo mondo... rappresenta lo spirito razionale, scientifico, il cinismo, l’ironia...». E ancora: «C’è sangue nelle vene di Gino. In quelle di Fausto c’è benzina».

Così di fronte a questo duello, epocale e cavalleresco, un Paese intero si fermò, come sospeso. Anzi, il fatto che la guerrà generazionale e culturale diventasse muscolo, catena e pedale disinnescò più pericolosi confronti. Anche perché i due campionissimi furono sempre: «Due bravi ragazzi pieni di lealtà e buon senso». Incarnarono la corsa verso il futuro di un’Italia acciaccata ma speranzosa. Una corsa senza odio e dove qualcuno passa all’altro la borraccia. È per questo che Malaparte li amava e noi li rimpiangiamo.