La sfida di Blair sul welfare spiazza la sinistra

Arturo Gismondi

Tony Blair ha portato discreto scompiglio, l’ennesimo in verità, nella sinistra italiana. Al punto che, a giudizio di un deputato Ds considerato vicino a Massimo D’Alema, Giuseppe Caldarola, «il centro-sinistra italiano rischia di restare l’ultimo amico di Jacques Chirac, e il primo avversario di Blair». Il deputato ds considera un simile atteggiamento «un segnale di patologia», fenomeno più umorale che politico.
Non è così, o non è sempre così giacché l’ostilità per Blair, la diffidenza che circonda l’avvio del semestre di presidenza inglese dell’Unione è ben radicato nella storia recente della sinistra. Si nutre della partecipazione alla guerra in Irak, dei legami con Bush, di una diffidenza viscerale per la posizione britannica volta a salvare il legame euro-atlantico rispetto alle posizioni di Chirac, fatte proprie dalla sinistra italiana. Contano anche le lodi di Berlusconi per il premier britannico, e la posizione del centro-destra, schierato in generale per gli elementi di novità che la presidenza inglese può introdurre nella penosa paralisi dell’Unione.
C’è, è vero, a giustificare il carattere meta-politico di un certo anti-blairismo l’esistenza da noi, in certi ambienti della diplomazia, soprattutto nella grande stampa, e fra gli opinion maker più accreditati, una sorta di retroguardia armata contro Blair come straniero, alieno, diverso e dunque potenzialmente pericoloso. Spicca in questi ambienti, la predicazione di alcuni irriducibili sacerdoti di un europeismo antico, legato a un’Europa carolingia, a guida franco-tedesca. Nei giorni scorsi si sono letti articoli criticissimi, e intinti al vetriolo, da parte di un terzetto di Eugenio Scalfari, Barbara Spinelli, Furio Colombo mentre, sia pure al solito modo obliquo si è pronunciato all’unisono Giuliano Amato su Repubblica. Tace, per non compromettere ulteriormente la sua posizione di leader dell’Unione, Romano Prodi. Dietro questi campioni di un europeismo ortodosso che nessuno riesce più a definire cosa sia, a parte la difesa a oltranza da parte di Chirac della politica agricola, si schiera la sinistra alternativa di Bertinotti, Pecoraro Scanio, Diliberto, Mussi con seguito variopinto di no-global e pacifismi vari.
E però, la diffidenza o la distanza nei confronti di Blair si nutrono, anche nella sinistra che si definisce riformista, di ragioni più sostanziali. L’osservazione rivolta dai banchi di Strasburgo ai teorici dell’Europa renana dal premier inglese («voi parlate di difesa del welfare, ma è un welfare che sopporta 20 milioni di disoccupati») è suonata bruciante agli orecchi di tutta la sinistra continentale perché venuta da un campione del riformismo che ha guidato il suo Paese a un periodo di prosperità economica senza sacrificare lo sviluppo alla difesa del tenore di vita del popolo, tutt’altro. Ed è qui il cuore del falso riformismo italiano, che sacrifica la modernità e la crescita a una concezione corporativa del Welfare.
E a sottolineare le contraddizioni e l’immobilismo dei sedicenti riformisti italiani sono arrivate, ancora una volta, le parole di Francesco Rutelli, attualmente in America per incontri con Soros e altri ambienti altolocati degli States. Il Rutelli, prima di partire ha rilasciato alcune dichiarazioni di ben diverso tenore, non solo rispetto al quadrilatero Scalfaro-Spinelli-Colombo-Amato, esponenti di una sinistra che Caldarola almeno per questo aspetto definisce di tipo «patologico» ma anche rispetto ai Fassino e ai D’Alema, ben attenti a non perdere, nella campagna elettorale, il sostegno del sindacato e dunque legati a una concezione paralizzante dello sviluppo.
Si può ben osservare che il direttorio è rappresentato oggi da uno Chirac che ha nelle ali il piombo del disastroso referendum sulla Costituzione, da lui voluto, da uno Schroeder combinato ancor peggio perché alla vigilia di elezioni proibitiva. È un fatto, però, che Fassino e i «riformatori» Ds non hanno neppure la risorsa estrema della spregiudicatezza che serve a Rutelli per collocarsi in modo diverso rispetto alla crisi dell’Europa.
a.gismondi@tin.it

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