La sfida di Bossi: vogliamo elezioni subito

Gianandrea Zagato

da Milano

«Io non mollo». Ovazione. «Io non mollo, è qualche imbecille che vuol farmi mollare, ma io non mollo». Umberto Bossi alza il dito medio al cielo, quarantamila persone intonano «non mollare mai». Slogan che riafferma la leadership e che rimbomba dal Castello Sforzesco sino al Duomo. Ma anche uno slogan che accompagnato da quell’eloquente gesto fotografa la rabbia del Nord contro la Finanziaria prodiana, quella delle tasse che strangolano il Paese.
Voce della protesta che spinge il Senatùr a lanciare un appello a Giorgio Napolitano: «Vogliamo elezioni subito, ascolta la voce della gente che ne ha piene le scatole». Già, «se un governo non è più sopportato dal popolo c’è un’unica via democratica, le elezioni» dice il leader del Carroccio confidando una speranza, che «il presidente della Repubblica senta la voce popolare, anche se ho la sensazione che ogni tanto faccia finta di non sentire».
Auspicio di chi avverte «la paura di Prodi» perché il Professore «sa che se si va a elezioni la gente lo seppellisce» e, attenzione, «da quella paura nasce tutto». Ma attenzione, continua Bossi, «il presidente della Repubblica dev’essere super partes e sentire la voce del Paese che ne ha piene le scatole». Il popolo padano scatta nell’applauso, Bossi lo stoppa: «Noi vogliamo le elezioni, che si vada subito al voto. Se però non ce le danno cosa facciamo, la rivoluzione?».
Domandina che non attende la replica della maxi adunata milanese, «c’è tanta gente che si sta preparando all’evenienza di alzarsi in piedi e correre dentro i palazzi dei fanfaroni del potere, ma noi speriamo fino all’ultimo che prevalga la scelta della democrazia e del consenso». Come dire: «La via c’è ed è quella del voto elettorale, quando un governo non è più amato ed è mal sopportato dal popolo si va a votare. Ma in cima ai Palazzi romani hanno tappato le orecchie sperando di non sentire le sirene democratiche».
Sventolano le bandiere leghiste, si levano gli slogan davanti a quel palco dove sono poste due grandi mortadelle intere, simbolo del Professore a capo del governo, «mortadellona che ha minuti contati, che faremo a fatte» chiosa Roberto Calderoli. Boutade del vicepresidente della Senato che invita a «coprirsi» perché «c’è in giro un virus influenzale che causa epidemie, il “romanun prodis” che lo prendi quando voti a sinistra, che ha come tempi di incubazione dei mesi di governo e che causa la disintegrazione del Paese». «Disintegrazione» contro cui la Lega sfila «per difendere la nostra anima, il nostro cuore, le tradizioni e il modello di società in cui crediamo» spiega Calderoli.
Bossi dal palco svolge quest’ultimo concetto mettendo nel mirino «quello che stanno facendo con la società»: sì, la «politica economica di questo governo è molto brutta, ma se l’economia si può rimettere a posto, be’ non si può rimettere a posto una società basata sulla droga libera e sull’omosessualità. Questa è la società che vogliono creare. Errore, errore gravissimo».
Si dice «preoccupatissimo» il Senatùr «per quanto sta succedendo. Ad esempio sulla questione degli omosessuali, il problema non sono i loro diritti perché tutti i cittadini hanno diritti individuali, il problema è la famiglia omosessuale». Famiglia «parallela» la definisce il leader leghista, «famiglia» da cui il governo Prodi «vuol far artificialmente discendere i diritti per gli omosessuali». Il finale? «Come volevano fare l’anno scorso in Europa, finiranno per legalizzare la pedofilia».
E mentre il líder máximo leghista riafferma la sua «preoccupazione» per le ripercussioni che «certe leggi possono avere sul nostro futuro e su quello dei nostri figli», la piazza dei quarantamila (settantacinquemila secondo gli organizzatori) innalza cartelli contro i Pacs della «vergogna» che «fanno saltare la società» e che sono uno «schiaffo al cristianesimo».
Giudizi a caratteri cubitali sulle note del «Va pensiero» coperto da quel grido di battaglia, «Governo dell’Unione tu la pagherai, proteggi i clandestini e ammazzi gli operai», che sintetizza il replay odierno in versione padana della manifestazione dello scorso 2 dicembre organizzata a Roma dalla Casa delle Libertà. Quella per «difendere il portafoglio degli italiani, contro la Finanziaria delle tasse» ricorda Calderoli, «dove hanno tolto qualcosa a tutti, anche ai cani e ai gatti non lasciano la libertà sessuale: infatti, c’è un incentivo alla castrazione».
Ennesima assurdità di una manovra decisa col voto di «cinque brontosauri - conclude Calderoli - che non sono stati eletti da nessuno» ovvero il «cimitero degli elefanti che vuol decidere per sessanta milioni di italiani». Quelli che però come Bossi non mollano mai.