La sfida Capitale

Un Paese si governa non solo con l’amministrazione centrale, ma anche con i presidenti di Regione e i sindaci, è quel che si dice «controllo del territorio». Il vertice della Cdl ha deciso che non ci sarà l’election day ed è stata una scelta logica perché mischiare il voto per le Camere con quello amministrativo sarebbe stato un harakiri per la maggioranza. L’opposizione infatti avrebbe usato la campagna elettorale per le grandi città come un volano per le politiche, mobilitando le risorse «locali» di cui dispone in larga misura.
Se il calendario separa i due eventi, l’azione della Cdl però dovrebbe essere unitaria. Sul fronte interno, la prossima settimana il Senato affronta il delicato passaggio della riforma elettorale proporzionale e la Finanziaria entra nella fase decisiva a Montecitorio, mentre sul versante internazionale il voto iracheno del 15 dicembre sarà determinante per la exit strategy degli Alleati da Bagdad e dintorni.
In mezzo a tutto questo, c’è una campagna elettorale con «le tre punte» che è già partita, ma non sembra avere ancora un’impronta comune. Sono stati fatti importanti passi avanti con la fine del «follinismo», ma non basta. L’esempio lampante viene dalla doppia candidatura alla poltrona di sindaco di Roma: due ministri della Cdl, Mario Baccini e Gianni Alemanno, l’un contro l’altro armati nella sfida al pezzo da novanta dell’Unione: Walter Veltroni. In queste ore la Capitale viene tappezzata di manifesti con lo slogan www.baccinisindaco.it, e immaginiamo che altrettanto si appresti a fare Alemanno. Se ci mettiamo nei panni di un elettore del centrodestra, potremmo dire che in casa (delle libertà) c’è un po’ di confusione. È più che legittimo lanciare il guanto di sfida, purché sia uno solo.
Come risolvere il problema? C’è già chi ha pensato di scimmiottare l’avversario proponendo le primarie anche nel campo del centrodestra. Siamo certi che questa sia la soluzione migliore? Le controindicazioni non mancano e le stesse primarie del centrosinistra l’hanno evidenziato. Primo punto: l’elettorato moderato non si iscrive ai partiti e non ama le kermesse, preferisce il voto d’opinione a quello «militarizzato». Secondo punto: le primarie del centrodestra dovrebbero essere aperte a tutti o sono riservate agli iscritti? Abbiamo visto cosa è successo nell’Unione e non è il caso di farsi del male. Terzo punto: le primarie non risolvono, in molti casi, i problemi politici di fondo. Anzi, talvolta li aggravano. Il caso Prodi è emblematico e dovrebbe rappresentare una lezione per tutti.
La vera sfida a Roma non dovrebbe essere all’interno della Cdl, ma nei confronti di Veltroni e del suo stile di governo della città, centrato su eventi spettacolari, concerti, strizzatine d’occhio agli intellettuali ma anche ai centri sociali, alleanze con i potentati economici locali ed una strabordante presenza mediatica. Tutto questo gli ha fatto spesso dimenticare i problemi reali della Capitale. La vera sfida è quella all’edonismo veltroniano, e la Cdl dovrebbe non solo scegliere rapidamente il candidato, ma anche mettersi a pensare e proporre agli elettori un programma politico per cancellarlo. Quella di Roma è una battaglia che si intreccia giocoforza con la strategia per le politiche e per questo ieri Silvio Berlusconi ha ribadito la proposta di modifica della legge sulla par condicio (indegna di un Paese che vuol dirsi liberale) ma ha anche rilanciato il progetto del partito unitario e l’allargamento della coalizione. Il premier sa che la materia prima di cui ha bisogno il centrodestra è proprio l’unità dell’azione politica. E non ci si può presentare divisi a Roma dando all’avversario un primo pesante argomento da campagna elettorale.
Usando una metafora calcistica, serve una panchina lunga, si può giocare anche con il modulo a tre punte, però bisogna seguire i consigli dell’allenatore e cercare di fare gol nella rete avversaria, non autogol.