Sfida che non concede tempo 10 anni per avviare un reattore

Una diversa politica energetica è indispensabile per recuperare terreno. Sono 438 gli impianti attualmente in funzione nel mondo

Alessandro Corneli

«Il termine nucleare spaventa, ma credo sia una necessità per il futuro»: lo ha detto ieri il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, precisando che dovrebbe essere l'Europa ad affrontare il problema dell'energia e decidere un piano di costruzione di centrali nucleari per fare fronte al fabbisogno di energia, sempre più cara a causa della domanda di giganti economici che si sono messi in moto come la Cina, l'India, il Brasile, ed esposta all'alea del mercato.
Questo richiamo all'Europa è importante perché Berlusconi ha evitato la polemica interna pro o contro il nucleare e ha posto in evidenza che il problema riguarda tutta la Ue, suggerendo implicitamente che essa dovrebbe concentrarsi sui grandi temi strategici, lasciando perdere i regolamenti sulle dimensioni dei cetrioli, perché nei prossimi 30 anni crescerà la sua dipendenza dal petrolio, cioè da una risorsa che non solo è esauribile, ma è condizionata dalla volontà/capacità dei produttori e dal prezzo di mercato.
Tuttavia, i 438 reattori nucleari attualmente attivi nel mondo, che forniscono il 16% dell'energia totale, tra impianti in costruzione o progettati (uno in Europa e 16 in Asia) e impianti destinati alla chiusura, fanno prevedere un leggero calo di tale quota entro il 2020. Quindi bisogna pensarci per tempo poiché occorrono dai 6 agli 8 anni per costruire una centrale e soprattutto bisogna provvedere con fondi pubblici poiché l'investimento iniziale e quello finale (per lo smantellamento e l'allocazione definitiva delle scorie) sono elevati. Anche negli Stati Uniti è stato previsto un intervento federale per le nuove centrali a fronte della riluttanza dei privati. Ovviamente il vantaggio è poi il basso costo dell'energia prodotta insieme alla stabilità della fornitura. Quanto ai problemi di sicurezza, ormai è accertato che le centrali nucleari sono tra le strutture più sicure e, immettendo solo vapore acqueo nell'atmosfera, non sono inquinanti e non producono l'effetto serra come i combustibili di origine fossile. Anche in Italia la diffidenza dell'opinione pubblica verso il nucleare sta diminuendo. Ad esempio, il sito www.ecoage.com sta svolgendo un'inchiesta tra i suoi frequentatori. I favorevoli al nucleare sono 263 contro 299 mentre nello scorso aprile erano, rispettivamente, 256 contro 315.
La richiesta di una decisione europea - per un'Europa che deve guardare alla competitività nei prossimi decenni che non può essere riconquistata solo incidendo sul costo del lavoro ma anche su quello dell'energia, con ricadute tecnologiche importanti - è essenziale sotto un altro aspetto. Solo una decisione presa in seno alla Ue può evitare che si creino disparità tra Stati, tutti più o meno alle prese con difficoltà di bilancio, che decidono di investire nella costruzione di centrali, incidendo sui propri bilanci pubblici, dati i costi elevati delle centrali, ed altri che trovano più conveniente importare energia. Solo in una cornice europea si potranno consentire spese mirate e tenerne conto quando si stilano i rapporti sul rispetto dei parametri di Maastricht. Un modo indiretto, per Berlusconi, per sottolineare che la politica monetaria deve essere funzionale allo sviluppo. È inutile che l'Ue, attraverso la Bce, bacchetti questo o quel Paese perché ha sfondato il deficit di bilancio quando non si cura di dare basi solide all'economia europea.
L'Italia, che ha un forte deficit energetico primario (petrolio, gas, energia elettrica), in quanto nel 2004, a fronte di una produzione propria pari a 30 Mtep (Milioni di tonnellate equivalenti petrolio), ha dovuto importare per 165,5 Mtep, potrebbe continuare a vivere alla giornata, pagando alte bollette petrolifere e importando energia elettrica dalla Francia. Ma converrebbe di più all'Italia e agli altri Paesi europei trovare un'intesa di lungo termine su quante centrali nucleari costruire e dove, come ripartire le spese e come far beneficiare in modo equilibrato le sue regioni dell'energia prodotta.
Se domani si decidesse la costruzione di alcune centrali nucleari, per almeno 10 anni non cambierebbe niente. Quindi il discorso di Berlusconi non ha niente a che vedere con le prossime elezioni. È un progetto non solo bipartisan ma di europeismo concreto e non retorico. Che si lega al problema caldo della Tav Torino-Lione - stessa scadenza per gli effetti - sulla quale si sono pronunziati a favore sia Montezemolo sia Rutelli. A dimostrazione che quando si affrontano i problemi reali di lunga prospettiva e si evitano le polemiche quotidiane, qualcosa di positivo si può progettare anche in Italia.