La sfida della concorrenza

Unicredit ha comprato ieri Capitalia per circa 22 miliardi di euro. Diventerà la prima banca per valore di Borsa nell’area dell’euro. In Italia avrà un peso commerciale inferiore soltanto a quello di Banca Intesa. Che solo pochi mesi fa ha comprato il Sanpaolo di Torino per 34 miliardi di euro. Sarà interessante vedere come Alessandro Profumo, il numero uno del nuovo colosso made in Italy, saprà gestire tre rapporti fondamentali: con i propri clienti, con i concorrenti e con la politica.
I clienti di Profumo sono stati fino ad oggi la sua fissazione. Ha costruito una grande banca cercando di servirli al meglio. Il che non è scontato. Istituzioni finanziarie della taglia di Unicredit spesso hanno indugiato troppo sulla crescita dimensionale e sull’apprezzamento dei mercati finanziari, trascurando la banale missione principale: raccogliere quattrini e impiegarli in modo redditizio. Unicredit in Italia ha garantito servizi di buon livello. I suoi fondi seguono le migliori pratiche dell’evoluta industria americana. L’attività commerciale è stata svecchiata. Sul fronte delle imprese Unicredit ha però sempre avuto un passo corto. Anzi nel passato è incorsa in qualche incidente di percorso, vendendo prodotti troppo sofisticati ai clienti sbagliati (derivati di vario tipo). L’Italia produttiva è fatta per il 95 per cento da piccole e medie imprese. Come saprà trattarle e capirle un colosso da 100 miliardi di capitalizzazione? È la vera sfida di Profumo.
Il rapporto con la concorrenza diventa ora fondamentale. E la competizione in Italia sarà giocata essenzialmente con l’altro grande protagonista: Banca Intesa. Una banca grande, grandissima non è di per sé un bene per la collettività. Lo diventa se è in grado di fornire ai clienti condizioni sempre migliori e prodotti sempre più innovativi. L’amministratore delegato di un colosso non si sveglia la mattina pensando a come far felici i propri clienti (semmai i propri azionisti). Ecco perché la concorrenza con Intesa sarà cruciale. Solo l’acceso confronto tra i due gruppi potrà aprire il nostro mercato del credito. Viceversa un ipotetico accordo collusivo tra colossi renderebbe ancora più impotente il cliente-cittadino-impresa.
Infine i rapporti con la politica. Profumo la stuzzica. Eccome. Nel 1998 tutto il vertice dell’allora Credito italiano fece bella mostra di sé al convegno dalemiano sulle banche organizzato a Siena. Il banchiere si è messo in fila per le primarie dell’Unione, non ha nascosto il suo pensiero sulla condotta dell’attuale maggioranza e ha financo regalato il suo plauso all’imbarazzante Finanziaria 2007. Ma rispetto a dieci anni fa i piani si sono ribaltati. La politica su colossi senza patria come Unicredit ha perso influenza, pur fingendo di averne molta. Unicredit è quello che si dice un potere forte. È l’Eni di Mattei, ma che per il momento non ha alcun bisogno di chiamare un taxi.