La sfida di D’Alema: «Resteremo in Afghanistan»

Fassino: interrompere la missione sarebbe una scelta difficile da far comprendere al mondo

da Roma

«Andare via dall’Afghanistan sarebbe una rinuncia». Massimo D’Alema, nel suo ruolo di rappresentante della politica estera italiana, prova a metterla giù dura davanti alle pressioni della sinistra radicale, e garantisce che la linea del governo non verrà ribaltata. Ma sul come e per quanto restare, è pronto alla trattativa.
Questione di «coerenza», spiega D’Alema: «Una politica estera forte richiede coerenza: un grande Paese non può passare il confine tra la politica e la testimonianza». Secondo il presidente ds «venire via dall’Irak è stato un atto politico, andare via dall’Afghanistan, dove ci sono Onu e Ue, mentre non c’è nessun Paese al mondo che lo chiede, sarebbe una rinuncia a esercitare il nostro ruolo e una scelta che ci isolerebbe».
E però il ministro degli Esteri sa bene che dentro la coalizione di governo il problema Afghanistan è tutto aperto, e che tra pochi giorni, venerdì, il Consiglio dei ministri dovrà varare il decreto per il rifinanziamento della missione e con ogni probabilità i ministri della sinistra (Paolo Ferrero di Rifondazione, Alessandro Bianchi del Pdci e Pecoraro Scanio dei Verdi) non lo voteranno. Anche perché il premier ha già fatto sapere che per «ragioni tecniche» il testo del provvedimento sarà esattamente uguale a quello approvato a luglio, e dunque non conterrà alcun elemento di quella «discontinuità» che l’ala radical chiede. Si dovrà quindi aprire dopo, tra governo e gruppi parlamentari dell’Unione, una trattativa tutta politica su una possibile mozione di accompagnamento che consenta di contenere il forte dissenso che serpeggia tra deputati e - quel che è più grave per la maggioranza - senatori. Dunque, D’Alema quella trattativa si mostra già disponibile ad aprirla, a patto che sia chiaro che da Kabul non ci si ritira. «La pacificazione dell’Afghanistan - osserva iniziando a lanciare ponti verso sinistra - ha bisogno di ben altro che la presenza militare», ci vogliono «azioni politiche e di impegno umanitario». E il governo, garantisce, «su questo è in prima fila. Siamo in prima fila nel chiedere un cambio di strategia della comunità internazionale. Ma per poter chiedere questo - sottolinea il ministro degli Esteri - occorre prendersi le proprie responsabilità, altrimenti non si può chiedere nulla».
L’apertura di D’Alema sul «cambio di strategia», sia pur mimetizzata dalla faccia feroce sul non ritiro, viene subito raccolta dal ministro della sinistra ds Fabio Mussi, leader del Correntone che ha sempre coltivato stretti rapporti con i pacifisti: «Anch’io penso che oggi non sia all’ordine del giorno la nostra uscita dall’Afghanistan. Ma D’Alema, e l’ho molto apprezzato, ha detto anche che è necessario rivedere la strategia». E il segretario Piero Fassino sintetizza la linea di mediazione che la Quercia cerca di tracciare, mentre perdura il silenzio di Prodi su un argomento che lacera la sua maggioranza (finora il premier si è limitato a smentire ogni collegamento tra il rinnovo della missione a Kabul e il sì alla base di Vicenza). Spiega Fassino che i ds non condividono alcuna ipotesi di immediata «exit strategy» dall’Afghanistan (richiesta messa sul piatto dai verdi) perché «sarebbe una scelta non compresa dalla comunità internazionale: non c’è alcun governo che oggi solleciti tale scelta, anzi tutti gli Stati del mondo sostengono l’Onu e la sua presenza in Afghanistan perché serve a garantire che i Talebani non tornino a guidare il Paese». Però, aggiunge, «dobbiamo sapere che la presenza militare non può essere infinita», e che occorre «rafforzare l’impegno politico per una rapida transizione democratica in quel Paese». Un colpo al cerchio e uno alla botte, nella speranza che questo basti a far votare i senatori dell’Unione.