La sfida dei giornalisti a Pechino

Uno stormo di uccelli che si leva in volo occupa tutta la prima pagina di un quotidiano cinese: ma il cielo in cui essi si inoltrano è fosco e in basso si vede un edificio: la sede della redazione. È il modo in cui il giornale annuncia di essere nei guai con le autorità politiche e afferma la propria protesta. Anche con la didascalia: «Il cielo forse non sarà sereno, ma gli uccelli voleranno lo stesso lontano, con la loro missione nel cuore». Uno dei modi: l’altro è non meno senza precedenti in Cina: uno sciopero. Cento redattori, uno su tre, si sono astenuti dal lavoro per manifestare la propria solidarietà con il direttore improvvisamente licenziato da un editore che appare come il braccio del governo. Il quotidiano si chiama Notizie di Pechino e fa parte del gruppo editoriale Il Quotidiano di Guangming. Quest’ultimo è considerato, nel peculiare gergo politico della Cina, di «orientamento conservatore», che vuol poi dire ligio alle direttive del Partito comunista. Notizie di Pechino fa invece, o almeno faceva, un po’ di fronda. Si distingue dagli altri giornali del gruppo per il tono più spigliato e «aggressivo» dei suoi commenti, per la scelta delle notizie, lo sviluppo dei temi, la titolazione. È un giornale giovane, fondato appena due anni fa, e cerca di farsi un mercato raccontando con più dettagli e con più «colore» quello che i confratelli più convenzionali censurano o liquidano in poche battute.
Per esempio i recenti incidenti nel Kwangtung, la protesta dei contadini di una vecchia Comune del Popolo contro gli espropri delle terre ai fini della privatizzazione agricola. Una specie di controriforma agraria, necessaria per alimentare l’impressionante crescita economica della Cina ma che fa anche, evidentemente, le sue vittime. Ritenendosi tali, i lavoratori erano scesi in piazza, marciando verso gli uffici amministrativi. Li ha fermati la polizia con maniere un po’ spicce: aprendo, fra l’altro, il fuoco. All’estero questa è stata la notizia del giorno dalla Cina, ma in Cina se ne è parlato relativamente poco. Con l’eccezione, appunto, del Notizie di Pechino, il cui direttore, Yang Bin, ha preferito lo scoop alla prudenza politica. Risultato: si è riunito il consiglio d’amministrazione e Yang Bin è stato «liquidato». Licenziato, affermano i suoi sostenitori, promotori dello sciopero; trasferito, precisa l’amministrazione: a un altro quotidiano, il Giornale del Sud. Da quest’ultimo nessuna smentita e nessuna conferma. Nel trasferimento Yang Bin sarà accompagnato dai due vicedirettori, Sun Xuedong e Li Duoyu, ritenuti evidentemente corresponsabili dell’«imprudenza». Non è il primo caso. Ci sono stati, anzi, una quindicina di precedenti, di solito «amministrativi» come quello di Notizie di Pechino, ma in qualche caso più pesanti. Un giornalista delle Notizie Economiche Contemporanee nella provincia dello Hunan è stato condannato lo scorso aprile a dieci anni di carcere per avere «rivelato segreti di Stato». Non sulle colonne del suo quotidiano, ma su alcuni siti Internet.
Che è poi il vero campo di battaglia nelle contese in corso, ripercussioni dell’ambiguo equilibrio della società cinese, spinta sulla via della liberalizzazione ma sotto lo stretto controllo del Partito comunista. Tutto il mondo è paese: i giornali, specie i quotidiani, hanno un numero limitato di lettori e sono più facilmente controllabili. Internet in Cina ha almeno cento milioni di utenti e, si presume, minori controlli, se non altro per la difficoltà presentata dalla massa.
C’è però un prezzo da pagare. Le fette più grosse della torta Internet in Cina sono di gruppi privati stranieri, Microsoft, Yahoo e Google, che hanno ottenuto importanti concessioni e le ricambiano con una sorta di autocensura. Certe idee e certe «parole chiave» sono proibite: per esempio «massacro di Tienanmen», «indipendenza di Taiwan», «corruzione» e «democrazia». La maggior parte dei siti stranieri di notizie sono bloccati. E pare anche che sia stata la Yahoo a fornire al governo informazioni che l’hanno aiutato a condannare quel giornalista dello Hunan. Anche su questo niente conferme, ma soprattutto niente smentite. «Gli affari sono affari, non è politica», ha detto (secondo quanto riferisce il New York Times) Jack Ma, capo della Yahoo in Cina.