LA SFIDA DELL’ENERGIA Atomo vuole dire sviluppo

Per l’ingegner Sabino Gallo, dirigente industriale, il ritorno al nucleare sarebbe vantaggioso per il Paese

C’era una volta Genova «capitale italiana del nucleare». Questa definizione evoca una storia interessante che pochi italiani conoscono o ricordano. Agli inizi degli anni ’70 l’Ansaldo, la più grande e nota società italiana di costruzione di centrali elettriche in Italia e all’estero, già da molti anni attiva nel nucleare, cercò di conquistare una posizione di maggior rilievo partecipando, nel quadro di una associazione italiana con Francia e Germania, alla progettazione e alla realizzazione della più grande centrale nucleare del mondo equipaggiata con un reattore «Veloce Autofertilizzante» di grande potenza, in tutto diverso dai reattori ad acqua generalmente utilizzati nelle centrali nucleari esistenti. Il reattore, chiamato «Superphénix», dette il nome alla centrale stessa ed era l’ultimo di una serie di tre reattori dello stesso tipo. L’Italia, anche per merito dei managers dell’Ansaldo provenienti dal C.N.E.N., l’ente di ricerca italiano, riuscì ad associarsi a questo grande progetto con una partecipazione molto importante, il 33% di tutta l’opera. Una società dell’Ansaldo, la N.I.R.A.-Nucleare Italiana Reattori Avanzati S.p.A., era stata scelta per rappresentare la componente industriale italiana nella joint venture internazionale creata allo scopo. I compiti della N.I.R.A. furono rigorosamente definiti: partecipare con l’impiego di un gran numero di ingegneri e tanti altri tecnici alla progettazione del reattore in generale ed, in particolare, a quella dei componenti la cui fornitura sarebbe stata assegnata agli italiani per un valore uguale alla partecipazione finanziaria del nostro Paese, ma che, alla fine, risultò superiore di molto alla quota prevista del 33%. Raggiunse il valore di circa il 40%. Questo grande successo dei tecnici e dei managers italiani impegnati nell’operazione procurò alla società un grande prestigio internazionale ed una posizione di notevole rilievo fra i grandi costruttori di centrali elettronucleari. La drammatica esplosione di uno dei reattori della Centrale di Cernobyl, il 26 aprile 1986, ed il famoso Referendum nucleare promosso in Italia, proprio a seguito di quello evento, interruppero non solo quel progetto industriale, ma quasi tutte le attività di ricerca del settore in corso nel nostro Paese. Con quel referendum l’Italia rinunciò, forse per sempre, alla tecnologia nucleare. E «Genova capitale nucleare» fu archiviata nel libro dei sogni. Abbiamo incontrato uno dei protagonisti di quella avventura industriale e testimone attento della storia del «nucleare» del nostro Paese, l’ingegnere Sabino Gallo che, prima di essere Direttore in Ansaldo, aveva trascorso in Francia circa venti anni dedicandosi prima alla ricerca necessaria allo sviluppo dei reattori nucleari «veloci», e poi alla progettazione e costruzione dei tre reattori di questo tipo, già menzionati.
Come ha vissuto lei quel Referendum?
«Con molta amarezza e con la convinzione che gli italiani avrebbero dato una risposta poco consapevole alle questioni poste. Il referendum fu voluto da una parte politica minoritaria. Ed è opinione diffusa che fu da questa intenzionalmente organizzato per ottenere l’esito che ebbe, sfruttando abilmente la cronica scarsa informazione dei cittadini sull’energia nucleare civile e lo stato di paura che si era creato nella popolazione dopo il tragico incidente di Cernobyl».
Lei ammetterà che la paura era giustificata?
«Certamente. Ma quando il referendum, ambiguamente definito nucleare, fu proposto agli italiani non era nota neppure agli specialisti tutta la verità sull’incidente di Cernobyl, sulle sue cause e sulle sue reali conseguenze. Ed io credo che, ancora oggi solo un modesto numero di italiani abbia una sufficiente informazione su quell’incidente e sulle sue reali conseguenze. Ed una cattiva informazione fa dilatare oltre misura la paura. La tecnologia nucleare è quella che ha fatto meno vittime in tutta la storia dell’umanità. Ed è, di gran lunga, la meno inquinante di tutte. L’incidente di Cernobyl non può essere strumentalizzato».
Le conseguenze furono pesanti per l’Ansaldo?
«Certamente e non solo per l’Ansaldo. Tutta l’industria italiana impegnata in questo settore ha disperso irreparabilmente il suo patrimonio di competenze tanto faticosamente acquisite».
Se l’Italia decidesse di tornare al nucleare, sarebbe possibile recuperare le posizioni perdute?
«Io ritengo che il ritorno al nucleare non sarà solo una “scelta politica” ma una necessità ineluttabile alla quale la politica non potrà sottrarsi. Ma è importante, ora più di prima, dare agli italiani una informazione chiara, completa e comprensibile anche sulle nostre ormai mediocri capacità realizzative di centrali nucleari. Gli italiani devono sapere che il ritorno al nucleare sarebbe, comunque, vantaggioso per l’Italia, sia che le centrali si costruiscano in Italia sia che si costruiscano all’esterno per nostro conto o per comune interesse. Ma una corretta e completa informazione è necessaria perché i cittadini sappiano che, allo stato attuale e per un tempo prevedibilmente molto lungo, noi non abbiamo altra possibilità che comprarle dagli altri, partecipando alla loro realizzazione nella misura che i nostri modesti mezzi industriali ed umani permettono. Naturalmente, per Genova ed Ansaldo anche questa soluzione sarebbe una opportunità, forse unica, per riconquistare le posizioni perdute.
Non è un po’ troppo pessimista?
«No».

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