«La sfida dell’Italia? Basta burocrazia puntiamo sui giovani»

Osate, ragazzi, e magari diventerete come lui. Pietro Scott Jovane ha 42 anni e fa un lavoro che alla sua età di solito si sogna: l’amministratore delegato di Microsoft Italia. Tutto è nato così, osando nell’anno 1994, quando si è presentato davanti a Pietro Scaroni con un’idea per la privatizzazione del gruppo vetrario Siv: «Oddio, il colloquio andò benissimo, tranne che mi dissero che il mio curriculum era un disastro». Però poi Jovane davvero entrò nel team preposto alla prima privatizzazione italiana ed ora, appunto, da giovane («con il cognome che porto...») guida il ramo italiano di una delle aziende più grandi al mondo: «Però attenzione, io dico ai ragazzi di osare, ma non che tutto è dovuto. Io all’inizio facevo fotocopie, davvero. Intanto però leggevo documenti e imparavo, così come quando ero chiamato a tradurre atti importanti dall’inglese. Insomma, osare sì, ma con la cresta bassa».
Forse questo potrebbe essere il motto per l’economia italiana.
«Certo, noi siamo un Paese dove i dirigenti hanno un’età più alta rispetto alle altre nazioni europee».
Un Paese per vecchi...
«Un Paese che spesso non rischia. E invece potrebbe farlo, investendo sulle persone. E lo dico anche per il settore pubblico».
Dove ormai è impossibile fare nuove assunzioni.
«Non ce n’è bisogno: la pubblica amministrazione ha i numeri per funzionare meglio. Si tratta solo di motivare le professionalità, ci vuole un cambiamento di rotta».
Come?
«Le faccio l’esempio di Microsoft: quando sono entrato avevo sopra di me un manager che aveva come scopo il fatto che io avessi successo. Perché vede, rischiando sulle persone si può solo fare bella figura».
Quindi ci vogliono più giovani al comando.
«Attenzione: da noi in azienda i giovani hanno poche reti di protezione, creando responsabilità si ha più possibilità di successo. Ma ci vuole sempre qualcuno con maggiore esperienza che lo guidi e corregga la rotta».
Cosa che secondo lei potrebbe funzionare.
«Certamente, l’Italia è il Paese delle eccellenze. Bisogna solo rivalutare il ruolo del civil servant: che in italiano però si traduce servo civile».
Suona brutto...
«Orribile».
Invece?
«Invece io sono figlio di un civil servant: lavorare per la nazione deve essere un orgoglio per tutti».
E allora cosa fa Microsft per l’Italia?
«Molto. Innanzitutto, anche in periodo di crisi, abbiamo assunto giovani dall’università: li mandiamo due anni in giro per i nostri uffici nel mondo a lavorare e a studiare. E poi diamo loro gli incarichi che si sono guadagnati».
E gli investimenti?
«Ci stiamo lavorando, proprio nel settore pubblico. Se la PA avesse già investito di più in tecnologia la crisi si sarebbe sentita ancora di meno. Eppure è strano: abbiamo tutti lo smartphone più moderno in tasca, ma se si parla di digitalizzazione...».
Quali progetti, insomma?
«I principali sono in tre settori: giustizia, sanità e scuola».
Settori complicati...
«Già complicati dall’arretratezza tecnologica. Lei sa che lo Stato utilizza un intero palazzo per archiviare carte legali che nessuno leggerà mai più?».
In effetti uno spreco.
«Ecco, con il ministro Alfano abbiamo avviato una collaborazione per digitalizzare i processi in tribunale: l’archiviazione elettronica fa perdere molto meno tempo e permetterebbe di smaltire centinaia di migliaia di udienze arretrate».
Una riforma epocale. E per gli ospedali?
«In quel caso l’accordo è in corso con le Regioni: pensi allo spreco di doversi portare sempre in giro le proprie cartelle cliniche. Con un sistema di databese incrociati, aggiornabili in tempo reale, la salute del cittadino sarebbe sempre sotto controllo. Noi speriamo che questo avvenga in tempi brevi».
La scuola, infine.
«Grazie al ministro Gelmini il prossimo anno sarà possibile avere i libri di testo in forma digitale. Sa quanto può risparmiare una famiglia? Cinquecento euro: le sembra poco?»
Direi di no.
«E poi abbiamo un progetto pilota di informatizzazione in un istituto pubblico di Galatina che sta dando grandi risultati. C’è una cosa che mi sembra pazzesca: che a scuola si insegni ancora informatica. Oggi informatica è in tutte le materie».
Insomma: secondo Microsoft basta poco per cambiare il motore economico del nostro Paese.
«Bisogna osare, glielo ripeto. E non vedo rischi. Mi lasci dire un’ultima cosa però...».
Prego.
«Il motore economico di questo Paese si cambia con una maggiore considerazione delle donne. Da questo punto di vista siamo dei trogloditi».
Prego?
«Senta: sappiamo tutti che una donna diventerà madre, poi quando accade ci sorprendiamo. La soluzione? Noi qui in Microsoft lavoriamo sui risultati, non sulle ore di presenza in ufficio: tutti hanno telefono e pc collegato in rete, il telelavoro non è una regola, ma una realtà dei fatti. E succede che quasi tutte le mie colleghe rientrano subito dalla maternità. Non è logico?».
Lo sarebbe.
«Si fidi: se il nostro Paese osasse solo un po’ di più...».