Sfida a distanza tra grandi poeti

Laura Novelli

Nelle due sale dello Stabile capitolino si prevedono in questa settimana due debutti molto diversi tra loro ma entrambi di forte interesse. All’Argentina arriva infatti, giovedì sera Assassinio nella cattedrale di Thomas Stearns Eliot, significativo esempio di dramma liturgico moderno (venne rappresentato la prima volta nel ’35, all’interno della cattedrale di Canterbury e in Italia ricordiamo gli allestimenti di Giorgio Strehler, Orazio Costa, Mario Missiroli e, più recentemente, di Franco Branciaroli) affidato qui alla regia di Pietro Carriglio e all’interpretazione di un nutrito cast che trova in Giulio Brogi la sua anima pulsante. E se già la vicenda raccontata dal poeta inglese risulta emblematica sotto il profilo umano, spirituale e politico (vi si rievoca il martirio dell’arcivescovo Thomas Becket, fatto uccidere nel 1170 da Enrico II perché strenuo paladino della superiorità della Chiesa rispetto all’istituzione monarchica), la messinscena odierna si impone per il suo valore civile e - soprattutto - per l’intensità di un linguaggio poetico fulgidamente tradotto. A firmare la traduzione dell’opera è infatti Giovanni Raboni. «Dei tanti lavori di traduzione da me intrapresi in questi decenni - ci ha lasciato scritto Raboni - posso dire che questo con la partitura eliotiana è stato uno dei più perigliosi e, al tempo stesso, dei più felici, dei più disperanti e dei più appaganti». Di grande impatto visivo - ed emotivo - sono poi le scene dello spettacolo (a cura dello stesso Carriglio), caratterizzate da una vistosa struttura aggettante sulla platea (a rievocare una sorta di spazioso proscenio elisabettiano) che «obbliga» gli spettatori a sentirsi quanto mai partecipi di un momento di riflessione e presa di coscienza collettivo (repliche fino al 22 dicembre).
Stesso respiro civile e stessa drammaticità storico-politica troviamo poi nell’atteso lavoro L’istruttoria - Atti del processo in morte di Giuseppe Fava che Claudio Fava, autore, e Ninni Bruschetta, regista, presentano al teatro India da stasera. Abbiamo a che fare con uno dei tanti morti per mafia del nostro Paese, il giornalista Giuseppe Fava, ucciso a Catania più di venti anni fa. Ma abbiamo a che fare soprattutto con le 6mila pagine di verbali compilate durante il lungo iter processuale (da cui l’esplicito riferimento all’opera di Peter Weiss «dedicata» al processo contro i criminali di guerra nazisti) che ha portato alla cattura e alla condanna dei colpevoli. Da queste parole, da queste testimonianze, da questi ricordi, da queste ipotesi e congetture, il figlio della vittima, Claudio, ha tratto un sorta di oratorio a più voci che vede Carlo Gioè e Donatella Finocchiaro farsi carico di tutti i diversi punti di vista: quelli degli assassini e dei mandanti, quelli dei testimoni, quello di chi scelse il silenzio, quelli dei parenti e dei sopravvissuti. «A leggere gli atti del processo - spiega Bruschetta - ne viene fuori una società al limite del grottesco. Latitanti che girano scortati dalle forze dell'ordine, giornalisti che negano l'esistenza della mafia... Cose che, se non fossero tragiche, sembrerebbero frutto di un’ilare fantasia». Fino al 10 dicembre.