La sfida di Draghi: cambiare passo o fare l’euro-notaio

«L’Italia non può aspettarsi di essere salvata dall’Europa, anzi è l’Italia che deve salvare l’area dell’euro». il direttore centrale di Bankitalia, Daniele Franco, ieri ha rovesciato le prospettive in base alle quali si giudica la situazione italiana. Più che confidare in un miracolo degli eurobond o in qualche «aiutino» di Bce o Fmi, servono interventi che stimolino la crescita.
Questo è lo specchio di Bankitalia gestione-Draghi: a Roma non si è atteso che la crisi travolgesse le nostre istituzioni finanziarie e in tempi non sospetti gruppi grandi e piccoli sono stati «invitati» a ricapitalizzarsi. Chi ha seguito il suggerimento - come Intesa Sanpaolo - oggi ha meno problemi degli altri. Dal primo novembre Mario Draghi prenderà il posto di Jean-Claude Trichet alla guida della Bce e dovrà raccogliere un’eredità ancor più pesante. Non perché il banchiere francese non abbia ben operato, ma perché essere pro-attivi sarà più complesso.
Il civil servant lionese ha difeso strenuamente sin dal primo giorno le prerogative dell’Eurotower: il controllo dell’inflazione rimodulando i tassi a seconda che si ritenesse più o meno opportuna una stretta o un’immissione di liquidità. La missione è stata compiuta: l’indice dei prezzi è in aumento «ma si tratta di un fatto temporaneo». Scenderanno a causa della flessione del ciclo macroeconomico. «Per la ripresa servono le riforme», è stato l’altro mantra degli otto anni di Trichet. Rimasto lettera morta pressoché ovunque.
L’osservanza del rito francofortese della Bce non ha impedito alcune innovazioni dal sapore antico: immissione di liquidità ad libitum, acquisto di titoli di Stato dei Paesi Ue in difficoltà (Italia inclusa) e sostanziale appoggio alle azioni intraprese per salvare gli istituti in difficoltà. L’ultimo della serie è la franco-belga Dexia che si avvia verso uno spezzatino con nazionalizzazione. Ieri ha perso il 17% in Borsa e resterà sospesa fino a lunedì. Ma forse in questo la Bce ha assecondato il pensiero dominante a livello europeo, quello di Basilea II e III. Quello che guarda più al rispetto dei coefficienti di patrimonializzazione piuttosto che al resto: Dexia, ad esempio, rispetta i parametri ma purtroppo ha in pancia bond greci.
Su questo fronte Draghi, con la sua esperienza, potrà certamente far bene giacché il miglioramento della qualità degli attivi bancari è stato un principio-guida dei suoi sei anni a Palazzo Koch. E su tutto il resto che si troverà dinanzi a una strada molto stretta. Potrebbe avallare l’idea di una Banca centrale «istituzionale» per ribadire la piena fiducia nel mercato. In questo modo, però, rischierebbe di penalizzare l’Italia, che di sostegni nel breve potrebbe ancora aver bisogno. Oppure potrebbe lasciare tutto così com’è aspettando che passi la bufera. Ma chi lo conosce sa che non è questo il Draghi-style.