La sfida impossibile risolta un’altra volta con il metodo Letta

da Roma

Una sola volta, racconta chi ha preso parte all’estenuante maratona su Alitalia, Gianni Letta s’è trovato nella per lui insolita condizione di alzare la voce. Perché nei giorni che hanno preceduto il ritiro dell’offerta da parte di Cai, il sottosegratrio alla presidenza del Consiglio aveva colto chiaramente che le mai sopite tensioni tra il ministro Sacconi e la Cgil non avrebbero indirizzato la trattiva sui binari giusti e aveva dunque cercato di riportare il titolare del Welfare a più miti consigli. Poi, dopo la rottura di giovedì scorso, la partita Letta l’ha giocata praticamente in solitaria, mettendo finalmente in campo - tout court - quel metodo «dialogante» che negli anni gli è valso l’immagine del grande mediatore.
Una trattativa a 360 gradi: con la cordata da una parte e con la Cgil dall’altra, ma pure con i piloti e con quei sindacati che già avevano firmato l’accordo in prima battuta e temevano di perdere la faccia nel caso in cui Guglielmo Epifani fosse riuscito a portare a casa qualcosa di concreto. Il tutto, ovviamente, con il consueto canale aperto verso il Pd, visto che negli ultimi giorni Letta è stato in costante contatto telefonico non solo con Goffredo Bettini, ambasciatore di Walter Veltroni, ma anche con Francesco Rutelli. E alla fine l’operazione di ricucitura è andata a buon fine, perché con il via libera della Cgil c’è - almeno politicamente - la chiusura del cerchio. Anche nel caso in cui oggi l’Anpac dovesse alzare le barricate, la responsabilità del fallimento non potrebbe che ricadere su di loro.
Vince il metodo Letta, dunque. Lo stesso che negli ultimi mesi del governo Prodi aveva dato il via alla stagione del dialogo e che in questi ultimi mesi qualche esponente del governo aveva visto con un certo scetticismo. La Lega in prima fila, visto che più volte il sottosegretario alla presidenza del Consiglio si è trovato a mediare tra gli a volte strabordanti ministri del Carroccio e il resto dell’esecutivo. Sul federalismo fiscale, per esempio. Dove ha sostenuto strenuamente Raffaele Fitto quando il ministro degli Affari regionali elencava le sue perplessità su quel modello lombardo che non a caso è stato di molto rivisto e limato. Sempre con discrezione e sempre sottotraccia, tanto che per tutta l’estate Fitto ha scelto la via «lettiana» del silenzio nonostante Umberto Bossi e il resto del Carroccio annunciassero a più riprese l’improbabile reintroduzione dell’Ici piuttosto che la perequazione orizzontale tra regioni.
Ma il sottosegretario alla presidenza un ruolo chiave lo ha avuto anche nelle ultime settimane, quando già alle prese con la questione Alitalia s’è dovuto occupare della riforma della scuola prima e del disegno di legge sulla prostituzione poi. Mentre faceva rumore la polemica tra Bossi e Mariastella Gelmini, infatti, ancora una volta c’era lui a ricucire e a sostenere il ministro dell’Istruzione. Che ha poi incassato anche l’appoggio deciso e incondizionato di Berlusconi. E pure Mara Carfagna, davanti alle perplessità di qualche leghista sul provvedimento sulla prostituzione, s’è fatta forte del suo sostegno e ha visto passare il ddl in Consiglio dei ministri.
Così, non sembra cogliere nel segno Veltroni quando dice che «nel precedente governo il peso di Gianni Letta era molto maggiore». Se ne è avuta una dimostrazione ieri con Alitalia e molto probabilmente se ne avrà la conferma quando nei prossimi mesi entreranno nel vivo le nuove delicate partite del governo.