La sfida di Macchi: "Io come Armstrong con un pedale solo"

Campione di ciclismo, gareggia senza una gamba: "Per il Giro mi manca l’allenamento, ma una corsa in linea... L’atletica ha alzato un muro che presto cadrà"

Fabrizio Macchi, 38 anni a luglio, campione di ciclismo pur correndo con una gamba sola, si schiera apertamente con Oscar Pistorius e difende il sogno olimpico del sudafricano, svanito l’altroieri dopo la bocciatura della Federatletica. «Hanno innalzato una barriera di carbonio, leggera e al tempo stesso pesante, ma valicabile. Un giorno, non molto lontano, i dirigenti dello sport mondiale dovranno ricredersi e farsene una ragione. Quel giorno non esisteranno più differenze tra normodotati e diversamente abili. Saremo tutti atleti e conteranno solo i tempi, le prestazioni».

Crede che la Iaaf abbia sbagliato qualcosa?
«Spero solo che la Federatletica abbia valutato attentamente tutto, non solo le protesi e la loro elasticità. Le cose da tenere conto sono molteplici. I tecnici dell’atletica mondiale hanno stabilito che dalle protesi in carbonio Pistorius avrebbe avuto dei benefici, vista la maggiore elasticità, ma non hanno tenuto in considerazione che le sue leve non hanno ricettori e, di conseguenza, mancano totalmente di sensibilità. Quando si cade, si cade come dei salami».

Soluzioni?
«Io fatico a credere che un atleta possa avere dei benefici con due protesi in carbonio. E in ogni caso, come avviene in tutti gli sport, anche per uno come me che pratica il ciclismo, gli attrezzi devono avere dei parametri, devono rispondere a dei regolamenti. Mettano dei paletti, stabiliscano delle regole certe per le protesi e la si chiuda lì. Non si può tramutare un problema biomeccanico in etico».

Aspetti positivi?
«Il fatto che la discussione sia vissuta soprattutto su aspetti tecnici è un fatto molto positivo. Sarebbe stato peggio se avessero impostato tutto sul pietismo che poi sfocia solo nell’ipocrisia e nella compassione. La cosa vera è che oggi si sta sempre più riducendo lo spazio che separa gli atleti normodotati da quelli diversamente abili. Io mi ritengo a tutti gli effetti un atleta, punto e basta. Va anche detto che Pistorius non ha detto “io voglio fare le Olimpiadi di Pechino”, bensì “voglio provare a fare i tempi necessari per poter ambire a Pechino”».

Abbiamo casi potenzialmente simili in Italia?
«Sì, nel mondo dell’atletica e non solo lì, abbiamo altri Pistorius, ragazzi capaci di fare tempi molto buoni. Ed è giusto che vengano presi in considerazione: chi ha le attitudini, perché deve essere tenuto in un angolo, ai margini dello sport? Io pedalo e mi alleno quotidianamente sulle strade del Varesotto con corridori professionisti. Mi testo e mi misuro con loro. Io non sono diverso, vado solo più piano. Armstrong, mio caro amico, con il quale ogni tanto faccio qualche uscita di allenamento assieme quando vado negli States, sviluppa una potenza di soglia pari a 530 watt e io con una gamba sola riesco a fare lo stesso, ma come picco massimo».

Se le chiedessero di correre il prossimo Giro d’Italia? «Declinerei l’invito. Non potrei correrlo. Non perché ho solo una gamba, ma perché non ho la tenuta, non dispongo delle doti necessarie per disputare un Giro d’Italia, ma magari una coppa Bernocchi potrei anche correrla».

Dobbiamo quindi parlare di integrazione: le barriere stanno per essere abbattute...
«C’è ancora da lavorare parecchio, per non dire tantissimo, ma la strada intrapresa è chiara. Basta parlare di atleti sani e di atleti con handicap: siamo degli sportivi. L’Uci, il governo mondiale della bicicletta, da quest’anno ha inserito il nostro calendario e il nostro ranking di merito con quello dei professionisti. Dal primo gennaio 2009 noi non faremo più parte del Comitato italiano paralimpico, ma ognuno rientrerà nella propria Federazione di competenza, per quanto mi riguarda la Federazione ciclistica italiana».

Globalizzazione anche nello sport.
«Sì, più globalizzato e integrato. Per fare un esempio: oggi c’è lo sport coniugato al maschile e al femminile, io credo che in futuro anche queste divisioni saranno destinate a scomparire. Conteranno i tempi, le prestazioni, non chi le fa. Lo sport aiuterà ad abbattere muri e soprattutto pregiudizi, la Iaaf ha rallentato questo processo: solo per poco. Se ne riparlerà per Londra 2012».