La sfida della Merkel «Così rilancerò l’economia tedesca»

La ricetta della Cdu in caso di vittoria elettorale: flessibilità nel mercato del lavoro, calo delle tasse e più stanziamenti per la ricerca

Salvo Mazzolini

da Berlino

Forte aumento della flessibilità nel mercato del lavoro per incoraggiare la creazione di posti, calo della pressione fiscale sui redditi procapite per stimolare i consumi, riduzione dei contributi sociali, e quindi dei costi del lavoro, che verrà finanziata attraverso un aumento dell’Iva, maggiori stanziamenti per formazione professionale, ricerca e sviluppo tecnologico. Se vincerà le elezioni in settembre è questa la ricetta che Angela Merkel, leader dello schieramento di centrodestra, intende applicare per restituire alla Germania il suo ruolo di locomotiva dell’Unione Europea. Una ricetta che stravolge il quadro tradizionale che negli ultimi decenni ha fatto da sfondo agli scontri elettorali tra i due grandi partiti tedeschi, i cristianodemocratici e i socialdemocratici, tra destra e sinistra.
Un quadro in cui di solito i socialdemocratici si presentavano come la forza politica impegnata nella difesa ad oltranza dello Stato sociale mentre i cristianodemocratici venivano etichettati, a torto o a ragione, come il partito pronto a sacrificare i benefici sociali sull’altare del buon funzionamento dell’economia. Una distribuzione dei ruoli che in questa campagna elettorale appare capovolta. Nonostante le promesse fatte all’ultimo minuto per recuperare i consensi perduti degli elettori di sinistra, il partito del cancelliere Gerhard Schröder, il socialdemocratico, difficilmente riuscirà a far dimenticare che gran parte delle riforme decise dalla coalizione rossoverde colpisce soprattutto le classi più deboli, pensionati e disoccupati.
Mentre nel programma presentato ieri dalla Merkel l’accento è soprattutto su una serie di misure fiscali, alcune di allegerimento altre di inasprimento, che ricadono su tutti i settori della società. Il piatto forte del programma è un aumento, a partire dal gennaio del 2006, dell’Iva dal 16% al 18% che produrrà un gettito supplementare di 16 miliardi di euro destinato a finanziare una riduzione dei contributi sociali a carico dei lavoratori e datori di lavoro. In queso modo ci sarà per le imprese una lieve riduzione della spesa salariale e per i lavoratori un lieve aumento in busta paga.
L’impatto negativo sui consumi di un’Iva più alta sarà neutralizzato da una minore pressione fiscale sui contribuenti. Le aliquote massime e minime sui redditi, attualmente del 42 e del 15%, scenderanno rispettivamente al 39 e al 12% ma saranno abolite una serie di detrazioni che riguardano soprattutto i contribuenti con i redditi più alti. Inoltre, per incoraggiare la natalità, che in Germania è tra le più basse d’Europa, i genitori avranno per ogni figlio uno sconto di 50 euro al mese sul pagamento dei contributi per la pensione. Per quanto riguarda la rete di protezione sociale, il sacrificio maggiore sarà un cambiamento delle norme a difesa del posto di lavoro.
Attualmente solo le piccole imprese con cinque o meno dipendenti possono interrompere liberamente un rapporto di lavoro: la soglia verrà portata a venti. Nel presentare il programma, la Merkel ha detto che questo cambiamento non deve essere interpretato come libertà di licenziare ma in prospettiva come un incoraggiamento ad assumere perché ci saranno meno vincoli per le piccole imprese che vogliono aumentare gli organici. Inoltre verranno varate misure per favorire i contratti a tempo determinato e i lavori limitati a un certo numero di giorni la settimana.
Secondo Franz Muntefering, leader dei socialdemocratici, l’aumento dell’Iva ostacolerà la ripresa e la maggiore flessibilità nel mercato del lavoro, produrrà un esercito di precari. È da vedere. Per il momento ciò che è certo è che la Germania, dopo sette anni di governo rosso-verde, ha un tasso di crescita tra i più bassi dell’Unione e una disoccupazione oltre l’11 per cento.