La sfida di Natalie: senza una gamba nuota in fretta verso le Olimpiadi

Natalie va alle Olimpiadi. È forte Natalie. Si è caricata in spalla molto più di un Paese, Natalie. Porta addosso le aspirazioni, i sogni rimandati, le speranze delle persone che nella vita hanno perso un pezzo di sé, ma non la voglia di vivere e fare. Natalie Du Toit è forte, forte come Oscar Pistorius, sudafricano come lei, e come lei persona incredibile, pronta a stupire - se solo glielo consentiranno - ai Giochi di Pechino. Oscar che non ha le gambe dalla nascita; Natalie che ne ha persa una portata via da un fottutissimo incidente una mattina di sette anni fa. Due gemelli nella sfortuna che la sfortuna vogliono beffare. Oscar deve però combattere contro lo scetticismo agonistico dei benpensanti e i verdetti federali; Natalie, invece, quei benpensanti è riuscita a metterli in scacco. È successo ieri, a Siviglia, concludendo quarta la 10 km di fondo a nuoto, disciplina neoolimpica, e staccando così il pass per Pechino. Più che un sogno, la sudata conferma di quanto ottenuto neppure due anni dopo l’amputazione, era il 2002, ai Giochi del Commonwealth, quando fu la prima disabile a partecipare a una finale di nuoto (800 sl) per normodotati.
Non poteva che concludersi così l’incubo trasformato in favola moderna. Perché questa ragazzona di 24 anni ne aveva sedici quando mancò per un soffio la qualificazione ai Giochi di Sydney 2000. Quel giorno si disse «io alle Olimpiadi ci andrò». Più o meno lo stesso concetto espresso, tra le lacrime e annichilita dal dolore, pochi mesi dopo stesa per terra in un viale di Città del Capo. Un’auto, uscendo dal parcheggio, l’aveva appena centrata in pieno mentre in scooter andava a scuola. «La mia gamba, ho perso la gamba, ho perso la gamba...» urlava Natalie. «Un disastro, era un ammasso informe» raccontano ancor oggi i suoi soccorritori. Toccò a mamma Deidre, quattro giorni dopo, rispondere alla domanda della figlia: «Mamma, quando mi taglieranno la gamba?». «Amore, l’hanno già portata via».
Disperazione, dolore, rabbia. Ha però dell’incredibile ciò a cui assisteranno genitori e infermieri nei giorni successivi: sdraiata davanti a loro una ragazzina da tenere ferma nel letto perché voleva comunque scendere. «Sì, cercavo di andare subito in piscina - ama ripetere -, sapevo che solo allenandomi, nuotando quattro ore al giorno, avrei accelerato il recupero. Volevo tornare a camminare. Volevo le Olimpiadi». Ora qualcuno ci scherza anche, ma diversi amici rimasero addirittura traumatizzati: «Entravamo con il cuore a pezzi eppure, appena uno accennava a una frase di circostanza, lei spostava il lenzuolo per far vedere il moncherino... Voleva farci smettere, voleva spaventarci... Qualcuno è quasi svenuto». «Non sopporto gli sguardi di compassione» si giustificava lei.
Perché Natalie va alle Olimpiadi, «finalmente ce l’ho fatta» ha detto ieri, sarà la prima atleta a gareggiare contro i normodotati ai Giochi, e ci va - incredibile - puntando anche alla vittoria. Persino De Coubertin, stavolta, non oserebbe puntualizzare che l’importante è partecipare; no, conta vincere, e in certi casi conta di più. Soprattutto se nella vita, oltre ad allenarti, tieni conferenze motivazionali per spronare i disabili a non mollare mai. Soprattutto se i cosiddetti normali li hai già battuti agli ultimi Giochi africani 2007, medaglia d’oro nei 1500 sl. Soprattutto se hai scolpiti nel cuore quei versi che un giorno lontano, un tuo vecchio allenatore, ti regalò: «La tragedia della vita non è nel mancare gli obiettivi che ti sei prefissato; la tragedia della vita è nel non avere obiettivi. Non è una disgrazia non riuscire a raggiungere le stelle; è una disgrazia non avere stelle da raggiungere».
Una stella va alle Olimpiadi. Si chiama Natalie. È molto forte.