La sfida più difficile per un Paese affetto da partitismo

La proposta ha contagiato entrambi gli schieramenti. Ecco tutte le difficoltà contro cui può arenarsi un’ambizione legittima

La proposta del partito unico è stata agitata a lungo come argomento retorico della nuova koinè del maggioritario. Improvvisamente - e un po’ inopinatamente, bisogna dire - è diventata immediatamente operativa. Sino a ieri era di volta in volta ventilata come omaggio dovuto alla fresca fede del bipolarismo che per compiersi non può certo escludere, almeno in prospettiva, la formazione di due soli competitori; richiamata come furbesca risposta alla domanda populistica di meno partiti e più governo; espressamente agitata come spada capace di tagliare, una volta per tutte, il cappio del partitismo stretto attorno al collo dello Stato; semplicemente evocata come espediente argomentativo utile a vellicare il pelo del pregiudizio antipolitico, un pregiudizio assai radicato nell’opinione pubblica italiana e di recente sdoganato dall’infamante campo del qualunquismo per divenire uno degli attributi del «politicamente corretto» - versione post-Tangentopoli; dopo insomma una protratta presenza virtuale, l’idea è calata pesantemente sul tavolo della politica.
Sorpresa doppia perché la proposta del partito unico ha contagiato simultaneamente i due schieramenti. È diventata il chiodo fisso di entrambi i candidati-premier. Non conta che la proposta incontri in alcuni settori di entrambe le coalizioni un’accoglienza fredda, in altri addirittura un’esplicita resistenza. Invece di scoraggiarsi, Prodi e Berlusconi si sono convinti ancor più che quella è un’idea vincente. Mentre il Professore è già stato costretto di fatto a rinviare a tempi migliori la sua attuazione, il Cavaliere sembra deciso a bruciare le tappe in vista del prossimo imminente appuntamento elettorale.
Che sia un’idea apprezzabile, si può convenire. Che sia vincente è legittimo nutrire qualche dubbio. Certamente è difficoltosa. \
È dopo un terremoto che agli urbanisti si presenta l’occasione irripetibile di ripensare una città. Molto più difficile coltivare questa ambizione a ricostruzione compiuta. Fuor di metafora, per quanto il terremoto politico dei primi anni Novanta fosse mancante di una spinta irresistibile normalmente operante quando si mettono in moto sommovimenti profondi della società, per quanto esso sia avvenuto senza che nel territorio sottostante si fossero profilate vere soggettività sociali e, tanto meno, politiche (Lega a parte) ma solo suggestioni informali, per il solo fatto di aver fatto franare gran parte dei partiti e del sistema partitico repubblicano, aveva permesso ad umori (su tutti la polemica antipartitocratica), a rivendicazioni (a partire dalla richiesta di un sollievo fiscale), a orientamenti (come «meno Stato più mercato»), persino ad interessi in parte già conformati (per tutti «il popolo delle partite Iva») latenti da tempo, di venire alla luce e, con ciò, implicitamente aveva tracciato le linee di una possibile nuova formazione politica. C’era bisogno di architetti in grado di dar forma e forza a quella potenzialità.
A dire il vero, Forza Italia al suo sorgere nutrì un proposito ambizioso sia politico che organizzativo: dar vita a quello che nella storia d’Italia non c’è mai stato (e, a dire il vero, non si è mai tentato di fare seriamente), e cioè a una «grande destra», leale alle istituzioni e integrata nell’Occidente, fautrice di un alleggerimento del fardello pubblico e di una modernizzazione economica, una grande destra chiamata ora «partito liberale di massa» ora «partito dei moderati» ora «partito conservatore». Inadempienze e insufficienze soggettive dei suoi dirigenti a parte, sulla strada di un partito nuovo, capace di fondere l’esistente e di diventare protagonista assoluto di uno dei due poli dell’erigenda democrazia dell’alternanza si frapponevano comunque alcuni gravi ostacoli.
Nell’immediato ostava la presenza di agguerriti antagonisti. Una presenza antica e tenace - il Msi-Dn - che per quanto, anzi proprio perché prontamente rifondato, diventava sì spendibile a una politica di alleanze ma ostile a ogni assorbimento. Una presenza molto più recente ma non meno radicata sul territorio e fortificata di una identità agguerrita, per certi versi addirittura anti-sistemica: la Lega Nord. A latere, la presenza di uno spezzone della diaspora democristiana e al proprio interno spezzoni del naufragio dei partiti governativi - altri democristiani e poi socialisti, socialdemocratici, repubblicani - ciascuno con un proprio bagaglio ideale e programmatico.
Dal più lontano passato ereditava un deficit gravissimo di irradiamento nella società, di personale dirigente, di elaborazione culturale. Nell’emergenza si è supplito - e l’operazione ha avuto un successo insperato e imprevisto, anche dai suoi avversari - con il ricorso a un personale prestato dal privato (Publitalia in testa) agli slogan, a una mobilitazione volontaristica informale. In prospettiva c’era da compiere un vasto lavoro insieme di fantasia e di fondazione: un lavoro tanto più impegnativo quanto più si era prolungata nella storia nazionale - anomalia delle anomalie nostrane - la latitanza-ghettizzazione-autoesclusione di una destra strutturata, con tutto il carico di insufficienze, carenze, ritardi che questo passato non può non comportare in fatto di uomini, di competenze, di risorse organizzative, anche solo di presenze, nel vasto e articolato mosaico di poteri di cui si compone una società complessa. Tra tutte la sfida più difficile era - e resta - quella di ricomprendere, comporre e superare le molteplici e per certi versi antagoniste culture politiche di riferimento della galassia destra. Ci sono le tante, diverse anime compresenti nell’attuale centrodestra che presentano non pochi problemi di compatibilità: cattolicesimo tradizionalista vs laicismo, conservatorismo compassionevole vs liberalismo individualista, statalismo assistenzialista vs liberismo privatistico, protezionismo delle merci e delle culture vs liberoscambismo mondialista. Ma soprattutto ci sono almeno quattro culture ormai talmente solidificatesi in identità da farsi forti anche di memorie divise del passato nazionale, senza dire degli interessi sociali e territoriali che a esse si sono collegati: la statalista/nazionalista tradizionale della destra di matrice nostalgica, la federalista/antiunitaria propria del leghismo settentrionale, la cattolico moderata/repubblicana di stampo democratico-cristiano, infine la liberale/filo-occidentale insieme di ispirazione laica e cattolica.
Al presente, a distanza di dieci anni dallo sprofondamento della prima Repubblica, il progetto di dar vita a un partito unico della destra è diventato insieme più agevole e più difficile. Più agevole perché nel frattempo esso può disporre di una presenza se non altro sedimentata e collaudata. Più difficile perché, a monte, gli è venuta meno la spinta delle origini che è sempre di grande aiuto per vincere le inevitabili resistenze al cambiamento e, a valle, deve fare i conti con la presenza ormai consolidatasi di soggetti antagonisti che, come tutte le organizzazioni vive e vegete, non vedono di buon occhio la prospettiva di suicidarsi.
Propositi generosi non sono impossibili solo perché ostici. Certo che non si possono coltivare illudendosi di perseguirli ricorrendo a scorciatoie o a improvvisazioni.