Sfida al regime di Teheran I nemici giurati dei mullah in lotta per sopravvivere

Sono 3.400 i dissidenti iraniani che vivono nel campo di Ashraf, in Irak
Adesso vogliono cacciarli, ma sarebbe una sconfitta di tutto
l’Occidente

Quando andai a Parigi per incontrare Maryam Rajavi, presidente del Consiglio Nazionale della resistenza iraniana, mi trovai di fronte a una donna straordinariamente moderna e a un vero leader, benché le regole vietassero di stringerci la mano. Rajavi era ed è protetta dagli uomini della Resistenza e i suoi familiari sono stati in larga parte assassinati o imprigionati a Teheran. Ma la lotta dei Mujaheddin del Popolo, la sua formazione politica e la più numerosa, da allora ha proseguito una corsa ad ostacoli che ha nell’Occidente democratico europeo il suo avversario più sordo e tenace. È stata combattuta una strenua lotta per far cancellare il nome di questa organizzazione dalla lista di quelle terroristiche, dove molti Stati avevano accettato di relegarla per proteggere i contratti petroliferi con il regime iraniano.

Ora la resistenza iraniana in esilio (un movimento straordinariamente pieno di donne nei posti di comando e che segue strettamente le regole della democrazia interna) è alle prese con la sanguinosa questione del campo di Ashraf. Il primo scandalo è che pochissimi sappiano di che cosa si tratti e perché nessuno ne parli. Il campo di Ashraf, che ospita 3.400 civili appartenenti alle formazioni resistenti dei Mujaheddin del Popolo, si trova in Irak, dove migliaia di esuli iraniani hanno vissuto per decenni, fin dai tempi di Saddam che permetteva loro di sopravvivere entro i confini del suo dominio per esercitare una pressione nei confronti del governo iraniano. La guerra americana non scalfì la posizione dei Mujaheddin, i quali presero il solenne impegno di deporre le armi, non partecipare ad atti di guerra contro la loro madrepatria e osservare tutte le regole della convivenza civile in un Paese occupato militarmente e in preda alle convulsioni di un conflitto politico, religioso e anche etnico.

Ciò che in Europa viene costantemente ignorato è che l’Irak è oggi fortemente influenzato e in parte dominato dall’Iran di Mahmoud Ahmadinejad, che esercita il suo potere attraverso le forze sciite, esattamente come fa in Siria e in Libano attraverso Hezbollah. Il campo, una cittadella desolata e sguarnita sempre in deficit di alimenti, materiali sanitari e sicurezza, si trova a ridosso della frontiera iraniana a relativamente breve distanza da Bakhtaran, avendo alle spalle, ad un centinaio di chilometri, sia la frontiera con la Siria che con la Turchia. Quest’ultima è intervenuta più volte nell’area, considerandola un cortile di casa, e oggi minaccia di moltiplicare i suoi interventi per mantenere sotto controllo la situazione siriana e, attraverso quella, avere voce in capitolo sulla situazione in Libano e indirettamente sul conflitto e sul dialogo israelo-palestinese.

Come si vede, la situazione è complicata e pasticciata, con molti interessi in gioco che producono come effetto collaterale una prudenza ai confini della codardia nelle cancellerie occidentali, perché alzare la voce per difendere gli asserragliati di Ashraf significa dar fastidio all’Iran, all’Irak, alla Siria e - in misura minore ma non del tutto assente - agli americani che esercitano ancora una forte influenza sulle vicende politiche di Baghdad, ma che comunque hanno assunto e mantengono impegni di protezione nei confronti dei Mujaheddin del Popolo, specialmente da quando un energico lavoro di lobbying nel Congresso americano ha consentito di cancellare il nome di questa organizzazione democratica dalla lista nera dei gruppi terroristici. Gli americani assolvono i loro impegni, ma al tempo stesso vorrebbero liberarsi di questo enorme e imbarazzante fastidio che è il campo di Ashraf.

Lo scorso 8 aprile il campo di Ashraf fu attaccato da forze regolari irachene che con il pretesto di sgomberare e trasferire il campo non esitarono ad investire con i veicoli e in molti casi ad aprire il fuoco sui civili uccidendo 36 persone, fra cui donne e bambini, e ferendone altre centinaia poi rimaste prive di cure e di medicine. Il numero dei morti è così salito, dopo l'attacco e con l’arrivo della stagione calda, a diverse centinaia.

Questa prima mossa aggressiva è stata dunque sanguinosa, inutilmente crudele, ma inefficace perché la resistenza passiva della gente di Ashraf ha permesso di mobilitare l’opinione pubblica internazionale e accendere una fioca luce su quei luoghi, così da bloccare almeno per ora il lancio di un secondo e definitivo attacco iracheno, fortemente richiesto e praticamente imposto dai membri sciiti del governo agli ordini dei mullah di Teheran.

Per far sì che la fioca luce possa illuminare il teatro di questa tragedia si è svolta ieri l’altro a Roma una conferenza alla Camera dei deputati con la partecipazione trasversale di parlamentari appartenenti sia al centrodestra che al centrosinistra, che appoggiano da anni la resistenza iraniana in esilio, sostenendo con la loro solidarietà una lotta. Maryam Rajavi ha ricordato i crudi termini della questione: «L’Iran ha in programma l’annientamento del campo, e lo persegue attraverso il governo iracheno che esegue l’ordine dei padroni». Il prossimo attacco avrà di nuovo le finte sembianze di un trasferimento, ma ciò che si prepara è un massacro prossimo al genocidio regionale, come ha ripetuto la rappresentante di Amnesty International, Irene Khan.

L’Italia ha oggi la possibilità di assumere la leadership politica della reazione a queste minacce di assumere un ruolo primario nella difesa internazionale dei diritti e delle vite dei patrioti iraniani in esilio. Perdere questa occasione, o annacquarla nei mille rivoli delle lentezze diplomatiche sarebbe un errore imperdonabile.