La sfida sulla «grande crisi» all’ombra di Reagan e Clinton

L’economia, ancora. Si ricomincia da qui, da Wall Street e da Washington, dal piano Bush-Paulson e dal Congresso. Obama contro McCain, il terreno è la finanza, i soldi, il futuro. Si ricomincia dal passato, però: Reagan contro Clinton. Perché dietro le scelte economiche dei due candidati alla presidenza americana ci sono i pilastri dell’economia americana degli ultimi venticinque anni. Ci sono consulenti e strateghi che hanno aiutato in questi giorni gli sfidanti per la Casa Bianca che hanno affondato teorie e soluzioni nella Clintonomics e nella Reaganomics. Obama ha sposato il piano interventista e statalista di Bush su indicazione, ordine e suggerimento dei suoi consulenti politici. Cioè di Larry Summers e Robert Rubin.
Dice niente? Summers è stato segretario al Tesoro negli ultimi due anni della presidenza di Bill Clinton. Il suo predecessore fu proprio Bob Rubin, che nei primi anni del clintonismo fu anche consulente economico della Casa Bianca. Liberisti tutti e due, ideatori della Clintonomics di mercato che negli anni Novanta svecchiò le teorie interventiste tipicamente democratiche. Oggi stanno con Obama, lo seguono, lo appoggiano, lo consigliano e hanno un po’ cambiato idea: convinti che dopo 7 anni di presidenza Bush e di sgravi fiscali a favore di chi produce e guadagna di più l’America debba frenarsi un po’. Allora sì all’intervento di Paulson, visto che la situazione è grave e complicata. Il candidato democratico così ha la sua ricetta da 30 miliardi di dollari di interventi federali e si tiene l’appoggio di tutto il partito. Perché la storia dei liberal l’ha sempre detto che Washington deve giocare il suo ruolo a Wall Street. Clinton, con Rubin e Summers, aveva cambiato strada, poi però le cose sono cambiate. Persino Hillary aveva rinnegato le dottrine economiche dei consulenti del marito. Ora loro hanno svoltato e hanno trascinato Obama esattamente dove voleva essere portato: a prendersi il suo partito.
McCain aveva lo stesso problema. Identico. Tenersi i suoi, la base e anche la maggioranza dei notabili repubblicani. Perciò ha tentato lo smarcamento, l’idea di un piano tutto suo, con meno Stato e più mercato. Il che è perfettamente in linea con le idee del suo staff economico. Alle spalle di McCain c’è una squadra di economisti conservatori e liberisti. Reaganiani. Con loro c’è anche Phil Gramm, che è un congressman repubbliano che fino a luglio era anche il capo della squadra di strateghi di McCain. Oggi ha lasciato la poltrona, ma continua a essere un consulente molto influente nella campagna elettorale. Gramm fu uno degli artefici della rivoluzione di Reagan. Il presidente Ronald adorava ripetere che le nove parole più terrificanti sono: «Io sono del governo e sono qui per aiutarvi». Non è difficile capire che a McCain i suoi uomini avevano suggerito di non firmare il piano Paulson. Tanto più che tutti gli altri strateghi economici la pensano come Gramm: da Carly Fiorina al capo dei consulenti della campagna Charlie Black, che lavorò nello staff che portò Reagan alla Casa Bianca nel 1980 e nel 1984. Gli uomini di McCain si sono piegati. Hanno accettato perché la situazione era troppo grave e non c’era un piano migliore pronta. Il candidato repubblicano ha cambiato idea, ha detto sì all’intervento pubblico. Contro voglia e contro una filosofia, ma a favore dei sondaggi e dell’opinione pubblica: «Ho fatto tutto quello che potevo fare». Poi ha ripreso a fare campagna elettorale. È in svantaggio, deve rimontare.