La sfida di Teheran: «Daremo il nucleare ai Paesi musulmani»

Gian Micalessin

Tutti si aspettavano la famosa «iniziativa». A prometterla era stato proprio lui, il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, annunciando qualche tempo fa di aver pronta una soluzione per risolvere il contenzioso sul nucleare. E visto che quel contenzioso minaccia di trascinare l'Iran davanti al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, la platea del Palazzo di Vetro sembrava l'occasione migliore per tirar fuori dal cassetto l’«iniziativa».
Ma Ahmadinejad, giocando in contropiede, ha fatto tutto l'opposto. Nel suo discorso davanti all'Assemblea dell'Onu ha accuratamente evitato l'argomento. Nel corso di un incontro secondario con il premier turco Erdogan ha, invece, rilanciato impegnandosi a fornire tecnologia e conoscenze nucleare alle nazioni islamiche. «La Repubblica islamica non ha mai ricercato armi di distruzione di massa - ha premesso il Presidente iraniano - ma siamo pronti, a seconda delle necessità delle nazioni islamiche, a trasferire il nostro know-how nucleare a questi Paesi».
La frase - pur con la premessa sul disinteresse per le armi di distruzione di massa - ha fatto saltare sulla sedia i protagonisti della complessa trattativa internazionale sul nucleare iraniano. Le parole del Presidente - rilanciate dalla stessa agenzia iraniana (Irna) - vengono interpretate o come un harakiri politico o come il segnale di una strategia d'attacco foriera di brutte sorprese. Guardando al calendario bisognerebbe pensare a una strategia suicida. Il 19 settembre l'agenzia Onu per l'Energia atomica (Iaea) si riunirà per esaminare la posizione dell'Iran accusato di aver interrotto i negoziati con i tre «grandi» europei, Londra, Parigi e Berlino, e di aver riattivato un laboratorio per la produzione di combustibile nucleare fatto sigillare dalla stessa Iaea. L'Iaea deve dunque decidere se concedere un'altra possibilità all'Iran, o se deferirlo al Consiglio di Sicurezza per l'applicazione di sanzioni. In questa prospettiva, la promessa di distribuire tecnologie nucleari ad altri Paesi sembra aggravare la posizione iraniana. Vista l'enfasi data dall'agenzia di stato iraniana alle sue parole molti si chiedono se Ahmadinejad non stia, invece, deliberatamente tirando la corda per mettere con le spalle al muro l'Occidente e conquistarsi l'appoggio di quei Paesi «non allineati» insofferenti al predominio americano.
Da questo punto di vista il «falco» Ahmadinejad ha un sicuro vantaggio perché nessuno in occidente sembra voler prendere per le corna il caso iraniano. La Casa Bianca, alle prese con i guai interni e quelli di Bagdad, non è certo pronta ad aprire un nuovo fronte. Quel «nuovo fronte» finirebbe, infatti, col generare imprevedibili ripercussioni sul suolo iracheno dove le formazioni curde e sciite al potere mantengono solidi legami con Teheran. Bush, non a caso, ha già fatto capire al premier israeliano Ariel Sharon, che gli chiedeva iniziative immediate contro Teheran, di voler lasciare la patata bollente all'Europa e ai suoi «tre grandi». Ma voci insistenti provenienti da Londra, Berlino e Parigi, riferiscono di una certa riluttanza a portare alle estreme conseguenze il confronto con Teheran. Anche perché chiedere sanzioni significherebbe metter fine alle relazioni commerciali che legano l'Iran al «vecchio continente». Con tutto beneficio della Cina e di altre nazioni asiatiche.
L'agenzia delle Nazioni Unite, composta da molti rappresentanti di Paesi non allineati, sembra invece già pronta a lavarsi le mani suggerendo ai «tre grandi» europei di offrire un'altra possibilità ai negoziatori della Repubblica islamica. Anche nell'improbabile ipotesi di un immediato deferimento al Consiglio di Sicurezza, l'Iran ha comunque altre carte da giocare. Lo si è capito ascoltando il discorso all'Assemblea dell'Onu pronunciato da Ahmadinejad. Nel suo intervento il Presidente ha saltato a piè pari la questione nucleare presentandosi, invece, come il paladino della lotta all'unilateralismo americano. Una presa di posizione seguita da una pressante azione di lobby per conquistare i voti dei Paesi non allineati presenti nel Consiglio di sicurezza e contrastare l'eventuale voto sulle sanzioni. Voto che potrebbe, comunque, venir neutralizzato da un veto cinese conquistato con generosi quanto lucrosi contratti per nuove forniture di greggio alle «assetate» industrie di Pechino.