Sfide E l’americano Greenberg ripercorre il viaggio nella follia della sua Sally

Essere genitori. Crescere i figli. Una sensazione normale e strana. Perché i cuccioli, grandi o piccoli che siano, si portano via un pezzetto d’anima. Un padre e una madre vivono spesso con un retropensiero, un piccolo tarlo. «Starà bene?».
Svegliarsi di notte, guardare in una culla, rimboccare una coperta, aspettare svegli qualcuno che non torna.
E il più delle volte il tarlo resta lì. Viene sopito da una porta che si chiude, dal russare che viene dalla cameretta. Magari si trasforma in un’urlata per il brutto voto, o in una sfuriata per chi è sceso con la bicicletta in strada.
Quando non va così, e può succedere che non vada così, si entra in un territorio oscuro, crudele. Un territorio che la letteratura e la saggistica hanno spesso pudore a esplorare, visto che è pieno di dolore indicibile. Ci sguazza al massimo la cronaca cattiva, quella che vuole le lacrime di una madre per far leggere una pagina. C’è però un autore americano che ha deciso di rompere questo tabù. Anzi il tabù dei tabù. Nel suo Il giorno che mia figlia impazzì (Rizzoli, pagg. 206, euro 16) Michael Greenberg tocca un tema difficilissimo, racconta la tremenda esperienza che ha sconvolto la sua famiglia. Racconta di quando la sua «piccola» Sally è improvvisamente sprofondata nel gorgo della malattia mentale. Di quando espressioni come disturbo bipolare, depressione, psicofarmaci, ricovero coatto, reparto psichiatrico, hanno smesso per lui di essere semplici parole.
E tutto questo in un giorno solo, il cinque luglio del 1996. All’improvviso, dopo un quattro luglio qualunque, dopo la festa nazionale dopo i tacchini e il presidente che parla.
In quella giornata c’è uno spartiacque, un Rubicone che nessuno voleva passare. Prima c’è una ragazzina quindicenne, solo un poco diversa dalle altre, forse un po’ troppo maniacale nello studiare Shakespeare. La sua casa è a New York, nel cuore alla moda del Greenwich Village. Ha una famiglia un po’ pasticciata ma come ce ne sono tante. Un padre scrittore e giornalista freelance che si barcamena tra servizio e l’altro. Una madre un po’ assente, che gioca a fare la ragazzina New Age.
Dopo nel giro di pochissimo tempo c’è una creatura dolorante, aliena, delirante ed estranea perfino a se stessa. Chiusa a forza nella stanza del reparto psichiatrico di un grande ospedale. Disturbo bipolare, diranno i medici. Bravi medici che fanno quello che devono fare.
Ma un’etichetta non basta a chi resta dall’altra parte, nella terra dei sani. E così Greenberg da padre, solo di fronte al devastante mistero della malattia, decide di provare a seguire la figlia nella sua discesa nel maelström della follia. La accompagna di clinica in clinica, di delusione in speranza. Arriva ad assumere i suoi stessi medicinali, a scavare nel fondo della propria fragile «normalità», per capire dove stia il confine che Sally non riesce più ad attraversare, la strada del ritorno che fatica a trovare.
Il risultato, messo su pagina ad anni di distanza (e con il consenso della figlia), è un libro complesso. Senza stucchevoli ricette, liete fini, consigli. È una cronaca e un pugno nello stomaco. Ma a volte i pugni nello stomaco servono. Esattamente come i retropensieri.